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ARRAMPICARE
IN SINAI by David
Sinai è un cuneo di sabbia che punta a
sud, ponte tra africa e asia, caldo, secco, ventoso; nasconde
la vita sotto il mare o tra le rocce dei wadi; agli occhi
è sole che abbaglia e polvere che graffia. Il te'
alla menta per quanto bollente e saturo di zucchero ne raffredda
certe asperità. Arrivo in Sinai da Gerusalemme, fiancheggiando
chilometri di mar morto a est, 400 metri sotto il mare e
20% di umidità, la giordania di sfondo e ad ovest
le montagne di sabbia e roccia; finito il mar morto si risale
ora solo deserto, piatto, monocromo come il cielo di un
blu e nitore hymalaiano. Eilat è il porto di Israele
sul mar rosso, a metà tra disneyland e rimini, sembra
tutto finto, mai vissuto, solo pernottato, per la gioia
dei turisti alberghi dal design audace e fuori luogo e bancarelle
di collanine, occhiali da sole e tattoo di henne; la sicurezza
degli ipermercati controlla i cestini della spazzatura ogni
cinque minuti mentre una famiglia di russi lecca gelati
al ritmo con cui striscia i sandali sul lungomare. Un trancio
di pizza e scappo. Frontiera israeliana: do il passaporto
alla ragazzetta con unghie finte che, digitano il nome al
pc, si raddrizza sulla sedia: può aspettare lì
per favore? Lo immaginavo, ha visto che sono stato a Gaza
e chiama qualcuno per interrogarmi. Spiego cosa faccio,
dove vivo, dove vado inventando buona parte delle cose,
dopo 10 minuti di inutili domande mi ridà il passaporto
e vado. Passo liscio la dogana egiziana, un tipo con una
cicatrice in fronte proporzionale al volume delle sue preghiere
timbra e mi saluta in italiano, che ha imparato facendo
vari lavoretti a Sharm dove dice ci sono molti molti italiani.
Io vado a Dahab, più vicino a Taba, più a
Nord, più arabo che mediterraneé, ma non troppo.
Taxi collettivo da Taba a Dahab, si tratta per un po', ci
sarebbe anche un autobus ma voglio andare subito, ci stipa
nella peugeot familiare 7 posti, anni 70 con 700 motivi
per rottamarla. Dalla frontiera in poi è un continuo
susseguirsi di villaggi turistici più o meno lussosi,
pochissimi accampamenti beduini e innumerevoli montagne
rosse, di forma dolomitica; le fantasie di arrampicatore
potrebbero occupare da sole un sedile di questo taxi ma
si sgretolano come la sabbia di cui queste montagne sono
fatte quando mi fermo a pisciare e le accarezzo: sabbia
compressa, basta sfregare il palmo della mano per polverizzarne
la superficie. Passiamo diversi posti di controllo egiziani,
che rispetto a quelli israeliani in palestina fanno un po'
ridere, col loro birillo a centro strada che "l'uomo
del birillo" deve spostare ad ogni macchina che arriva
dopo aver ricevuto l'ok dal suo superiore. Penso: cazzo
di lavoro è?, seduto tutto il tempo, quando arriva
qualcuno: 1 alzarsi 2 attendere l'autorizzazione 3 spostare
un birillo per lasciar passare la macchina e 4 rimettere
il birillo e 5 il culo nelle rispettive posizioni. cosa
racconta alla moglie o ai figli quando torna a casa? papà,
che la maestra vuole sapere che lavoro fai? sono uno dei
tanti mattoncini del cazzo che reggono questo sistema, la
mia vita, il mio lavoro valgono un cazzo, non vivo e lavoro
per me, per la mia realizzazione ma per un bene superiore,
quello che faccio non ha senso se non nel contesto dello
stato che mi chiede di contribuire al suo stato spostando
un birillo. Alle volte mi verrebbe di ficcarglielo dove
sai questo birillo e andarmene a pescare pochi metri più
in là, ma ti prego non mi domandare perchè
non lo faccio, figliuolo, ho paura di poter trovare una
risposta.
Dahab è una cittadina di 3000 abitanti direi, forse
di più forse meno, ma non conta, molti arrivano da
villaggi vicini per lavorare coi turisti, molti beduini
vivono nell'interno, insomma una cittadina che praticamente
vive e si trasforma di turismo. E' un cantiere aperto di
alberghi villaggi ristoranti e negozietti vari: il lungomare
sembra uno di quei fondali da Cinecitta: illuminato, pieno
di negozi e ristoranti in riva al mare e comparse che passeggiano
ma oltre, appena ci si sposta verso l'interno, non c'è
praticamente nulla, poche case della gente del posto, modeste
bianche e strade sterrate.
A Dahab c'è sempre vento. Costante, teso, da sud
generalmente, si riduce appena al pomeriggio. A marzo, stagione
con poco vento la media era sui 6 beaufort. Paradiso del
windsurf. Alla laguna, tre km dal centro, ci sono circa
7 centri che noleggiano attrezzature e danno lezioni; si
affacciano su una cala naturale di sabbia, acqua quasi piatta,
vento inshore, grandi planate e facili manovre; Oltre la
baia, ma sempre all'interno della barriera corallina il
mare è più mosso e si salta facilmente: vedo
kite volare per metri in alto e lungo. Se si ha abbastanza
fegato da uscire dalla barriera corallina allora il mare
si fa decisamente più incazzato, onde fino a tre
metri e vento puro. dei cinquanta surf che avevo a vista
solo tre si avventuravano in mare aperto. Arrivo ad uno
di questi centri con lo zaino da cui spunta la stuoia, intimorito
da teutonici tedeschi/e che sfoggiano muscoli e attrezzature:
"vorrei noleggiare un windsurf", "Mi dispiace
tutto prenotato". Il dialogo si ripete sette volte
più o meno identico. Va bene, oggi snorkelling, mi
piacciono i disguidi di viaggio, è per questo che
non prenoto.
Se ci fosse qualcosa da dire di non detto sul reef del mar
rosso citerei una mia amica che togliendosi la maschera
dopo il primo bagno in questo mare disse: ora ho la prova
che dio esiste (e pensare che dalla palestina uscivo con
la considerazione contraria nonostante vivessi a gerusalemme,
infausto centro delle tre religioni monoteiste). Il mare
è denso di flora e fauna come un Tampuri giapponese,
colori da LSD, nulla di più simile al corrispettivo
acquatico del paradiso terrestre. Ci si tuffa dalla barriera
corallina, e dai pochi cm di acqua ci si ritrova in cima
ad una falesia sottomarina di oltre 60 metri, perfettamente
verticale, incrostata densamente di vita colori movimenti.
Una vertigine dei sensi. Scendo un po' per osservare i pesci
nella roccia o tra gli anemoni, vorrei più fiato
per fissarli con calma, farli rilassare cercare di stabilire
un contatto; per fortuna le risalite sono facili e mi concedo
lanci monodito di metri e metri senza piedi: ancora fantasie.
Fino a che c'è sole continuo a pinneggiare lungo
la scogliera e a meravigliarmi di tanta vita. Fatto buio
e una doccia vado a cena in uno dei tanti ristoranti il
riva al mare stile beduino con cuscini per terra, candele
e gatti sfacciati eccitati dal pesce. La cucina non è
delle migliori, ma abbastanza varia e soprattutto economica;
anche per dormire si spende poco: di questo si lamentano
molti commercianti e ristoratori, parlano di turismo povero,
non come a Sharm, qui vengono in "pochi" e senza
soldi. Pare sia il posto più economico al mondo dove
fare immersioni. Speriamo che questo non la distrugga così
come l'ha creata. Stanco, arso e con gli occhi consumati
vado a letto. 'Notte.
Oggi finalmente si scala: in una agenzia turistica inglese
che organizza trekking, immersioni giri in mtb (www.desert-divers.com),
conosco John (longjohn@hotmail.com - tel. (002) 0103 709
302 ), un inglese alto e magro, con la faccia che mi ricorda
il gobbo Igor nella versione comica tv di Frankeinstein,
inglese masticato incomprensibile, in inghilterra insegna
tree climbing ma ora vuole partire per il Nicaragua alla
ricerca di una posto dove scalare e aprire un centro sub.
Il posto che offre il numero maggiore di vie e roccia buona
si trova vicino al monastero di Santa Caterina (qui tutti
i dettagli e mappe www.technion.ac.il/~rusakov/rock_climbing/),
classica destinazione da trekking di chi viene a Dahab...
ma serve un bel po' ad arrivarci e in un giorno è
impossibile andare e tornare. Così con Abdullah,
un autista-guida-arrampicatore-venditore di fumo locale,
dopo aver fatto scorta di cibo e bevande partiamo verso
Wadi Qnie el Rhyyan su una jeep scassata a velocità
assurde per lo stato delle strade e del mezzo. E' un parco
Naturale, deserto e montagne, canyon scavati da chissa'
quanto antichi fiumi, quasi nessuna vegetazione. due soli
colori con le loro sfumature l'azzurro assoluto del cielo
e il rosso-sabbia della terra. E' Marzo ma fa già
molto caldo e dicono che dopo aprile non si scali più.
E' il posto più vicino a Dahab, mezz'ora circa se
trovate un pazzo analogo a guidarvi. Le vie si trovano alla
fine di un wadi le cui pareti appoggiate, perfettamente
liscie se non per qualche venatura o fessura saranno il
nostro terreno di gioco per la mattinata. Corro d'istinto
a toccare la roccia: è in effetti più solida
del sandstone circostante, comunque friabile, granito nero
dicono, ma non ti preoccupare dice John, ci sono fittoni
da 20 cm a tenere le piastrine. Abdullah si toglie la tunica
bianca e il turbante forse indossati solo per i turisti
e in t-shirt e calzoncini stende per terra un tappeto che
servirà per: rollare canne, preparare te, fumare
canne, bere te. Cominciamo con una via facile, "Via
Normale" 25 metri, IV grado, John va da primo per mostrarmi
il tipo di arrampicata, molta aderenza, equilibrio, delicatezza
e culo in fuori. Se cadesse si grattugerebbe dal naso alle
ginocchia. Dice di aver fatto anche un 8a in passato ma
ora non lo si direbbe affatto. Il primo approccio con questa
roccia e tipo di arrampicata è strano, mani e dita
sono solo il timone, tutto sta nel gioco di piedi e gambe
che sorreggono e spingono. Solo poche venature e fessure
danno appena senso alle ore passate sul pan gullich ma ci
si diverte comunque. Saliamo progressivamente di grado con
"Begbes", "Alternativa", "So mia
una sumia" (non sono mica una scimmia) e "Sara"
fino al 6b, tutte tra i 22 e 25 metri. Tutte queste vie
sono state chiodate da Enzo Ferrara e Antonio Virtuoso (non
so chi siano e cosa abbiano fatto nel resto della loro vita,
comunque, se qualcuno li vede li ringrazi da parte mia)
nel 1996, da cui i nomi italiani e dialettali. L'arrampicata
non è poi così monotona come si potrebbe pensare
guardando le pareti, ci sono anche begli allunghi, lancetti,
fessure e anche un piccolo strapiombo, ma è giusto
un passo... la sensazione principale è quella di
poter scivolare con le scarpette sbriciolando queste microtacche
con le punte e ridursi a scorza di grana. Pausa te: bollente
dolcissimo alla menta. Silenzio assoluto, faccio calmare
il respiro e rilasso i muscoli guardando le vie fatte, le
punte delle dita e il paesaggio.
Decidiamo di spostarci verso un'area boulder: siamo nel
mezzo di un antico letto fluviale con pietre di ogni tipo
e dimensione, lisciate dall'acqua e dal vento. Quella su
cui ci accaniremo è perfetta alta tre metri circa,
appoggiata, liscia, solo due venature orizzontali da meno
di mezzo cm e solo qualche imperfezione, un bassorilievo.
Ci sono tre vie da tre-quattro movimenti ciascuna. riusciamo
a chiudere le più facili ma non senza lasciare strisciate
di gomma sul masso che per i piedi offre appoggi ridicoli;
è molto divertente, tutto equilibrio, mi ci ritrovo
abbastanza, scioltezza di fianchi e leggerezza di movimenti.
L'ultima che proviamo è quello che Jhon chiama "il
suo progetto", in effetti molto duro, dalla posizione
di partenza altamente instabile in quasi aderenza si dovrebbe
raggiungere con un lancetto una quasi tacca da due millimetri
smussata all'inverosimile. Ci scambiamo le scarpe, proviamo
scalzi, con la rincorsa, con la tunica di Abdallah, niente
da fare, non ci si riesce... sembriamo due scarafaggi che
cercano di risalire una vasca da bagno di un bordello e
continuano a scivolare verso il fondo, merda. Ci sono altri
boulder nei paraggi ma siamo stanchi, le punte delle dita
felici e dolenti e il sole sta calando... khalas (basta)
si torna soddisfatti a casa. Ora le rocce si accendendono
delle tonalità calde del tramonto e se solo Abdallah
andasse un po' più piano forse riuscirei a godermi
colori e forme anzichè pensare di spiaccicarmi contro
uno di questi massi.
David
davirix@libero.it
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