
Testo:Vito Peragine
Fort Williams, tra i fiordi della Scozia occidentale, una ventina
di Km a sud del Lochness, ai piedi del Ben Nevis. Non ricordo
se su un libro di Joe Simpson o su uno di Eric Shipton: l'idea
di fare una via di ghiaccio sul Ben Nevis era nata dalla lettura
di qualche classico della letteratura di montagna. Il Ben Nevis
e' associato alla storia di generazioni e generazioni di alpinisti
inglesi e scozzesi: si tratta della vera palestra dell'alpinismo
britannico e, come avremo modo di scoprire, e' una montagna seria.
Al di la' dei modestissimi 1300 metri, non e' certo una montagna-falesia
(tipo Falconara, per intenderci): e' vero, sono solo 1300 metri,
ma - Fort Williams al livello del mare - sono 1300 metri da
scalare, metro su metro.
Le condizioni atmosferiche, poi, la rendono il luogo ideale per
sperimentare condizioni estreme di vento, gelo e neve. Ci ritroviamo,
io e Marco, alle 3 di pomeriggio di giovedi' 3 aprile, nel pub
"Ben Nevis" sul corso principale di Fort Williams: davanti alle
prime ales della vacanza studiamo la mappa e la guida alle vie
invernali. Dedichiamo il resto del pomeriggio alla perlustrazione
delle possibili vie di avvicinamento e alla raccolta di informazioni:
Alan Kimber - guida alpina, guru dell'alpinismo locale, ospite
delle nostre giornate scozzesi - non e' rassicurante: il ghiaccio
si sta sciogliendo, dice, ma si puo' ancora provare a fare qualcosa.
Come "provare"? D'altrocanto siamo in Scozia, arrivati
per fare ghiaccio, quindi ci proveremo. La scelta cade su un canale
ghiacciato di 200 metri, III grado, pendenze fino a 70 gradi.
Non abbiamo idea del significato della scala utilizzata in Scozia
per le difficolta' su ghiaccio; sappiamo che parte dal I e arriva
al VII. Decidiamo pero' che il nostro livello tecnico e' intorno
al IV, dunque un III su una montagna sconosciuta e per il primo
giorno puo' andar bene. Nome della via prescelta: Glover's Chimney.
Un classico, via aperta negli anni '30. Sveglia alle 6.00, colazione
generosa, alle 7.30 siamo in marcia. Lo zaino e' opprimente.
Abbiamo di tutto: dead-man (corpo morto) appena acquistato
a Edimburgo, chiodi da ghiaccio (150 euro di spesa a inizio stagione,
ancora inutilizzati), 2 martelli e 4 piccozze (di cui 3 mitiche
Charlet Moser), chiodi da roccia, friends, dadi, e poi frutta
secca, pane, formaggio, bevande varie. Ci manca una bevanda calda.
Ci mancano, piu' d'ogni altra cosa, i nostri soliti compagni di
cordata: Graziano e Max. Due ore di sentiero buono fino ad un
rifugio (chiuso) ai piedi di un grande anfiteatro roccioso, imponente
e maestoso. Dal rifugio, altre due ore di improbabile avvicinamento
su roccette bagnate ed erba ripida e scivolosa - ma si sa, i Koflach
sono fatti per questo! A mezzogiorno ci ritroviamo su un massone
nella neve e immersi in una nebbia fittissima. Secondo i nostri
accuratissimi calcoli la via dovrebbe trovarsi di fronte a noi:
io dico pochi metri a sinistra, Marco pochi metri a destra. Sara'.
Stupefacente che ci si prenda sul serio. Non ci muoviamo: aspettiamo
che la nebbia si alzi, svelandoci la roccia e il ghiaccio di fronte
a noi. Il morale non e' alle stelle, non parliamo quasi piu',
e pur senza dircelo cominciamo a presagire una umiliante ritirata.
Poi il cielo di Scozia si ricorda che abbiamo fatto tremila km
per essere li' e ad un tratto diventa clemente: in pochi minuti
il sipario si solleva svelando, una ad una, tutte le vie ed i
canali ghiacciati studiati sulla guida. Lo spettacolo e' splendido:
l'intero anfiteatro roccioso e' intorno a noi, con un'infinita'
di vie. La nostra e' esattamente li' dove avevamo immaginato.
Rapidi ci avviamo, in pochi minuti siamo ai piedi della via. Ci
aspetta pero' una sorpresa: l'accesso alla via impone un passaggio
su una cascata di ghiaccio verticale, circa 15 metri. Sarebbe
una bella arrampicata …in assenza dei ruscelletti d'acqua che
scorrono sotto il sottile strato di ghiaccio: tutta la cascata
potrebbe frantumarsi da un momento all'altro. Valutiamo la possibilita'
di rinunciare. Intanto, dalla parte opposta dell'anfiteatro, scorgiamo
una cordata nel tratto sommitale di un canale stretto ed elegante.
Mano alla mappa: si tratta di Comb Gully, IV grado, 125 metri,
pendenza massima di 80 gradi.
Si puo' provare.
La presenza di una cordata ci rassicura sulle condizioni del ghiaccio:
se ha tenuto con quelli… Ci avviamo decisi, sale l'entusiasmo.
Un lungo traverso su neve ripida e a tratti ghiacciata e siamo
all'imbocco del canale. Sono le 13.00. Parte Marco, il primo tiro
e' facile. Lo raggiungo, lo assicuro, parte per il secondo. Piu'
impegnativo, ma Marco procede sicuro. Lo raggiungo senza particolari
difficolta'. In sosta Marco mi chiede: ti va di farne uno da primo?
Ostento sicurezza: "certo!" Intanto, nell'intimo, vaghi richiami
di quel disturbo intestinale di natura isterica gia' narrato da
un alpinista mio conterraneo (cfr. "L'ultimo tiro", su questo
sito).
Una digressione.
Perche' si decide di andare da primo di cordata, su una via
sconosciuta e con ghiaccio insidioso? Evidentemente non puo' trattarsi
solo del gesto tecnico o della bellezza del contesto: circostanze,
queste, comuni alla scalata da secondo. Occorre ammetterlo: e'
l'assunzione del rischio, seppure - nel nostro caso - di un ragionevole
grado di rischio. Laddove il criterio di ragionevolezza, qui,
ha un connotato tutto personale: meglio, entro i limiti oggettivi
dettati dalle condizioni meteorologiche e della montagna, dalla
difficolta' della via, e dalle proprie condizioni tecniche e fisiche,
il rischio e' "ragionevole" se puo' essere minimizzato (al limite,
annullato) utilizzando al massimo le proprie capacita' mentali,
tecniche, fisiche. Un utilizzo sub-ottimale di dette capacita',
per negligenza o debolezza, porterebbe ad un aumento esponenziale
del rischio. E' questa responsabilita' verso se stessi e i compagni
di cordata che lucidamente si accetta. Ed e' questa assunzione
di responsabilita', credo, la fonte primaria di fascino ed attrazione
prima, di soddisfazione poi.
Ma torniamo a noi, molto piu' miseramente alle prese con
un canalino ghiacciato. Insomma parto. Dopo pochi metri una protezione
a destra (chiodo su roccia), che immagino sara' l'unica protezione
del tiro: lascio le piccozze senza farle precipitare, tolgo i
guanti, rinvio, rimetto i guanti, riprendo le piccozze senza farle
precipitare. Sembra facile! Comincia la parte impegnativa: una
camino stretto e verticale con ghiaccio sul fondo. E' molto stretto,
occorre quasi strisciare e lo zaino diverse volte mi blocca: muovo
un arto per volta, come da manuale, ogni volta verificando la
tenuta del ghiaccio; singolare la sensazione di sicurezza quando
la piccozza artiglia il ghiaccio duro e compatto. Mi muovo delicatamente,
stile Montel, lentamente, e tuttavia dopo pochi metri ho l'affanno.
Alla fine del camino, una sorpresa: su di me il ghiaccio si fa
strapiombante, e' quindi obbligata una uscita a sinistra, dove
pero' il ghiaccio e' verticale e, soprattutto, completamente esposto.
Occorre abbandonare la protezione - solo psicologica - del camino
e procedere decisi a sinistra. Un'occhiata fugace a Marco giu'
in sosta e vado. Con meta' corpo - dal bacino in giu' - ancora
nel camino, conficco deciso le piccozze in alto a sinistra. In
questa posizione obliqua, non comodissima, un piede dopo l'altro,
alzando progressivamente le piccozze, mi sposto pian piano sulla
placca verticale di sinistra. Ancora pochi passi e sono fuori.
Respiro. Poi attrezzo la sosta e chiamo Marco. Mi raggiunge, si
complimenta (e' gentile, Marco) e subito si concentra sul tiro
successivo: e' il tiro piu' difficile della via (the crux), con
una parete di ghiaccio assolutamente verticale e leggermente strapiombante
verso l'uscita. Il vero problema: anche qui, rivoli d'acqua sotto
il ghiaccio! Non preoccuparti Marco, terra'! Parte, dopo pochi
metri si protegge con due chiodi da ghiaccio - bisognera' pur
usarli - quindi affronta il verticale. E' tranquillo, procede
sicuro, supera velocemente il passo piu' duro aggirandolo leggermente
sulla destra, in pochi minuti si ode un urlo liberatorio: e' fuori!
La via e' virtualmente finita. Ripeto il tiro da secondo e ho
conferma della classe e del carattere di Marco. L'ultimo tiro
e' per me: si tratta di una bella rampa poco inclinata (50/60
gradi) che a noi sembra un'autostrada. Pochi metri e mi affaccio
sulla terrazza sommitale. Vengo investito da raggi di sole accecanti,
riflessi su una immensa distesa di neve. Sono le 17.00, il canale
ci ha impegnati per quattro ore buone. Piccola sosta, stretta
di mano, decidiamo di raggiungere la vetta, distante alcune centinaia
di metri. Lo scenario tutt'intorno e' magnifico. Siamo in vetta
alle 18.00, qualche foto, e' tardi. Ci affrettiamo a scendere
per la via normale. La discesa non e' uno scherzo: in Koflack
sulle pietre, con uno zaino impossibile, su tracce di sentiero
alla luce delle frontali. Arriviamo alla macchina alle 22.30,
in tutto 15 ore di escursione. Uno sguardo, e senza parlare concordiamo
che domani non si fa montagna: gita all'isola di Skye. Buonanotte.