E
' domenica mattina a Statte. I lenti rintocchi della campana
scandiscono l'ovattata sonnolenza nella quale, la piccola
borgata, sembra ancora esserne immersa. La piazzetta si
anima dei primi anziani vestiti di nero: figure arcane,
facce imbrunite imbrunite dal sole, uomini che hanno lavorato
duro la terra, e che osservano con una certa curiosità il
nostro intercedere forestiero. L'appuntamento è fissato
al bar, a farci da testimone, c'è il grande orologio della
torre civica, cui ogni tanto, qualcuno di noi, lancia impazientemente
lo sguardo, altri invece, approfittando dell'attesa, fanno
colazione. Finalmente ci siamo, agli amici giunti da Bari,
si uniscono alla spicciolata quelli di Locorotondo e di
Martina Franca, e ovviamente noi di Taranto, che per primi
abbiamo individuato e attrezzato nella gravina di Leucaspide,
un settore di arrampicata di tutto rispetto, che abbiamo
chiamato " Il Mito". Non nascondiamo il nostro orgoglio…,
ma il plauso maggiore va alla natura, che a creato a poca
distanza dal capoluogo jonico, proprio alle spalle delle
sue laceranti ciminiere, uno degli scenari più belli e più
suggestivi della regione. Esauriti i convenevoli, si raggiunge
in brevissimo tempo, il parcheggio del cimitero, dove lasceremo
le auto. Una manciata di passi e sotto di noi si apre, all'improvviso,
il profondo alveo ammantato di verdeggianti pini. Ciò che
colpisce subito, sono le sue strapiombanti pareti calcaree,
forate da una moltitudine di cavità, alcune delle quali
scavate dall'uomo antico. Portali rozzamenti tondeggianti.
La materia come sempre è la pietra, impiegata non per edificare,
bensì per essere scavata. Una straordinaria architettura
"al negativo", aiutata anche dalla natura tufacea della
roccia, dove si sottrae invece di mettere: una risorsa,
la cui utilizzazione è stata capace di collegare con continuità
di tempo e di spazio, culture diverse e numerose….., spiego
all'amico barese, ma il profondo anfratto fù, per l'appunto,
meta di frequentazione di antiche popolazioni greche, romane
e da genti che dettero vita agli insediamenti rupestri.
E' uno straordinario parco archeologico, le cui tracce della
presenza umana si perdono nei meandri della storia, delle
innumerevoli leggende e dei miti. E' sorprendente come il
fascino di questo luogo, stimoli il piacere a voler assorbire
con lo sguardo e con l'immaginazione, tutti i segreti che
lo circondano…..molti dei quali non saranno svelati. Nel
frattempo, il drappello d'arrampicatori si snoda in fila
indiana lungo lo scosceso sentiero. Molti di loro, oltre
ad aver arrampicato sulle falesie di mezza Italia, hanno
un'apprezzabile esperienza alpinistica in aree dolomitiche
e sull'arco alpino. Intanto, si giunge sul fondo della gravina
di Leucaspide. Siamo accolti come sempre, dal festoso gracidare
delle rane che vivono nella pozza d'acqua denominata "Conca
del Toro": Questo stagno, è ciò che rimane dell'antico corso
fluviale che ha scavato, erodendo in profondità, la tenera
calcarenite. La macchia mediterranea, vista dal basso è
sorprendentemente rigogliosa: il timo e il rosmarino si
contendono l'humus disponibile, i pini d'Aleppo, invece,
abbarbicati su rocce impossibili, non sembrano impensierirsi
dalla concorrenza dei lentischi, dei mirti e degli olivastri.
La falesia a questo punto è di fronte a noi, luccicano in
alto le catene che sovrastano le vie d'arrampicata, ognuna
delle quali ha un nome che evoca la mitologia. In poco tempo,
quasi tutti i massi del "campo" saranno adoperati come posatoio
per gli zaini, moschettoni, corde, imbracature, scarpette
e tutto ciò che sarà utile allo scopo: una sventagliata
di colori in un apparente disordine! Ma c'è già chi, attrezzato
di tutto punto, scruta con il naso all'insù, la via prescelta.
L'intento ovviamente è quello di capirne i passaggi. Attimi
di concentrazione precedono lo sguardo d'intesa al compagno
che con i piedi piantati per terra e con le mani sull'assicuratore
meccanico, avrà il delicato di "far sicura". Un segnale
convenzionale dà l'avvio all'ascesa. Il corpo sale agile
lungo la roccia, a volte rannicchiandosi, a volte allontanandosi
da essa, le braccia si tendono verso l'alto, le mani rasentano
la parete e afferrano ogni appiglio, i piedi sfruttano i
piccoli appoggi: quasi una danza scandita dal fruscio dello
scorrere della corda e dal rumore dello scatto di chiusura
dei moschettoni. Ma la progressione, giunta a qualche decina
di metri d'altezza, si fa più stentata, il respiro si trasforma
in affanno, i gemiti echeggiano lungo il vallone. Ora l'arrampicatore
è fermo, ha dinnanzi a sé il passaggio chiave, l'istante
diventa un universo intero…..anche le nuvole, che prima
si rincorrevano veloci, sembrano rallentare, addensandosi
scure sulla verticale della parete… Il movimento, lo spazio,
tutta l'energia concentrata in quel movimento. Tutto è perfettamente
concatenato fino a quel gesto decisivo della via….. la fuga
dello sguardo inquieto che incrocia in un decimo di secondo
il compagno di sicura, il punto più lontano sotto di lui.
Se l'amico dovesse mancare la presa, il volo, seppure di
pochi metri, sarà inevitabile. L'imbracatura e la corda
dinamica, però, concepiti anche per questa evenienza, assorbiranno
lo strappo senza alcuna ripercussione, e ciò, è l'unica
certezza di un esperienza, quella del "volo", dalla quale
in ogni caso, ci si vuole sempre sottrarre. Ma c'è quel
passaggio chiave. La movenza stessa di quel gesto e la precisione
di quell' azione nello spazio. E' nelle situazioni difficili
che si vede il carattere ed il coraggio, il flusso delle
pulsioni scatena il ricorso a tutte le facoltà, alla tenacia,
alla resistenza, ma soprattutto alla forza psichica…..la
mano si schiude delle dita che artigliano una sbavatura
di roccia, le punte delle scarpe sembrano aderire per magia
sulla materia verticale, l'arrampicatore blocca la presa,
ora le braccia riescono a stendersi fino a toccare il moschettone
della catena, la corda viene fatta passare cautamente nel
suo interno: è fatta! Il pugno si solleva al cielo in segno
di gioia…… "Ok, scendo", è il segnale che lo riporterà a
terra. La corda, si libra più rapidamente, è il filo d'Arianna
del recupero, la leggerezza della planata terrestre. Un
invidiabile sensazione di compiacimento si legge nel suo
volto sudato, le battute, i sorrisi le strette di mano dei
compagni servono a stemperare ciò che solo pochi attimi
prima era stato motivo d'apprensione e ti tensione. Icaro,
a cui è intitolata una via, mitico uomo uccello ferito nel
suo sogno, non avrà emuli, ma soltanto giovani che esprimono
la propria creatività in uno degli istinti motori più naturali
dell'uomo, l'antico legame con l'infanzia, il ricordo fondamentale
dei nostri giochi di destrezza e di vertigine, quello dei
piaceri e delle paure provate nelle sfide di quel tempo,
e l'anfratto di Leucaspide, nella sua imponente natura ne
diventa palcoscenico inimitabile. Questo stesso luogo che
vide braccia forti e vigorose di genti preistoriche, arrancare
sulle rocce più alte per procurarsi uova e nidiacei, o semplicemente
per arrampicare per gioco. Forse i climbers emulano, senza
saperlo, migliaia d'anni dopo, le medesime movenze, le identiche
espressioni, dei nostri fieri antichi predecessori. Al mistero,
all'esistenza e alla tenacia di quei popoli, sono dedicate
le vie.