Il PorTale dell'ArramPicata al SuD ItaliA
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...Gli arrampicatori di Leucaspide
Vincenzo De Palmis 

E ' domenica mattina a Statte. I lenti rintocchi della campana scandiscono l'ovattata sonnolenza nella quale, la piccola borgata, sembra ancora esserne immersa. La piazzetta si anima dei primi anziani vestiti di nero: figure arcane, facce imbrunite imbrunite dal sole, uomini che hanno lavorato duro la terra, e che osservano con una certa curiosità il nostro intercedere forestiero. L'appuntamento è fissato al bar, a farci da testimone, c'è il grande orologio della torre civica, cui ogni tanto, qualcuno di noi, lancia impazientemente lo sguardo, altri invece, approfittando dell'attesa, fanno colazione. Finalmente ci siamo, agli amici giunti da Bari, si uniscono alla spicciolata quelli di Locorotondo e di Martina Franca, e ovviamente noi di Taranto, che per primi abbiamo individuato e attrezzato nella gravina di Leucaspide, un settore di arrampicata di tutto rispetto, che abbiamo chiamato " Il Mito". Non nascondiamo il nostro orgoglio…, ma il plauso maggiore va alla natura, che a creato a poca distanza dal capoluogo jonico, proprio alle spalle delle sue laceranti ciminiere, uno degli scenari più belli e più suggestivi della regione. Esauriti i convenevoli, si raggiunge in brevissimo tempo, il parcheggio del cimitero, dove lasceremo le auto. Una manciata di passi e sotto di noi si apre, all'improvviso, il profondo alveo ammantato di verdeggianti pini. Ciò che colpisce subito, sono le sue strapiombanti pareti calcaree, forate da una moltitudine di cavità, alcune delle quali scavate dall'uomo antico. Portali rozzamenti tondeggianti. La materia come sempre è la pietra, impiegata non per edificare, bensì per essere scavata. Una straordinaria architettura "al negativo", aiutata anche dalla natura tufacea della roccia, dove si sottrae invece di mettere: una risorsa, la cui utilizzazione è stata capace di collegare con continuità di tempo e di spazio, culture diverse e numerose….., spiego all'amico barese, ma il profondo anfratto fù, per l'appunto, meta di frequentazione di antiche popolazioni greche, romane e da genti che dettero vita agli insediamenti rupestri. E' uno straordinario parco archeologico, le cui tracce della presenza umana si perdono nei meandri della storia, delle innumerevoli leggende e dei miti. E' sorprendente come il fascino di questo luogo, stimoli il piacere a voler assorbire con lo sguardo e con l'immaginazione, tutti i segreti che lo circondano…..molti dei quali non saranno svelati. Nel frattempo, il drappello d'arrampicatori si snoda in fila indiana lungo lo scosceso sentiero. Molti di loro, oltre ad aver arrampicato sulle falesie di mezza Italia, hanno un'apprezzabile esperienza alpinistica in aree dolomitiche e sull'arco alpino. Intanto, si giunge sul fondo della gravina di Leucaspide. Siamo accolti come sempre, dal festoso gracidare delle rane che vivono nella pozza d'acqua denominata "Conca del Toro": Questo stagno, è ciò che rimane dell'antico corso fluviale che ha scavato, erodendo in profondità, la tenera calcarenite. La macchia mediterranea, vista dal basso è sorprendentemente rigogliosa: il timo e il rosmarino si contendono l'humus disponibile, i pini d'Aleppo, invece, abbarbicati su rocce impossibili, non sembrano impensierirsi dalla concorrenza dei lentischi, dei mirti e degli olivastri. La falesia a questo punto è di fronte a noi, luccicano in alto le catene che sovrastano le vie d'arrampicata, ognuna delle quali ha un nome che evoca la mitologia. In poco tempo, quasi tutti i massi del "campo" saranno adoperati come posatoio per gli zaini, moschettoni, corde, imbracature, scarpette e tutto ciò che sarà utile allo scopo: una sventagliata di colori in un apparente disordine! Ma c'è già chi, attrezzato di tutto punto, scruta con il naso all'insù, la via prescelta. L'intento ovviamente è quello di capirne i passaggi. Attimi di concentrazione precedono lo sguardo d'intesa al compagno che con i piedi piantati per terra e con le mani sull'assicuratore meccanico, avrà il delicato di "far sicura". Un segnale convenzionale dà l'avvio all'ascesa. Il corpo sale agile lungo la roccia, a volte rannicchiandosi, a volte allontanandosi da essa, le braccia si tendono verso l'alto, le mani rasentano la parete e afferrano ogni appiglio, i piedi sfruttano i piccoli appoggi: quasi una danza scandita dal fruscio dello scorrere della corda e dal rumore dello scatto di chiusura dei moschettoni. Ma la progressione, giunta a qualche decina di metri d'altezza, si fa più stentata, il respiro si trasforma in affanno, i gemiti echeggiano lungo il vallone. Ora l'arrampicatore è fermo, ha dinnanzi a sé il passaggio chiave, l'istante diventa un universo intero…..anche le nuvole, che prima si rincorrevano veloci, sembrano rallentare, addensandosi scure sulla verticale della parete… Il movimento, lo spazio, tutta l'energia concentrata in quel movimento. Tutto è perfettamente concatenato fino a quel gesto decisivo della via….. la fuga dello sguardo inquieto che incrocia in un decimo di secondo il compagno di sicura, il punto più lontano sotto di lui. Se l'amico dovesse mancare la presa, il volo, seppure di pochi metri, sarà inevitabile. L'imbracatura e la corda dinamica, però, concepiti anche per questa evenienza, assorbiranno lo strappo senza alcuna ripercussione, e ciò, è l'unica certezza di un esperienza, quella del "volo", dalla quale in ogni caso, ci si vuole sempre sottrarre. Ma c'è quel passaggio chiave. La movenza stessa di quel gesto e la precisione di quell' azione nello spazio. E' nelle situazioni difficili che si vede il carattere ed il coraggio, il flusso delle pulsioni scatena il ricorso a tutte le facoltà, alla tenacia, alla resistenza, ma soprattutto alla forza psichica…..la mano si schiude delle dita che artigliano una sbavatura di roccia, le punte delle scarpe sembrano aderire per magia sulla materia verticale, l'arrampicatore blocca la presa, ora le braccia riescono a stendersi fino a toccare il moschettone della catena, la corda viene fatta passare cautamente nel suo interno: è fatta! Il pugno si solleva al cielo in segno di gioia…… "Ok, scendo", è il segnale che lo riporterà a terra. La corda, si libra più rapidamente, è il filo d'Arianna del recupero, la leggerezza della planata terrestre. Un invidiabile sensazione di compiacimento si legge nel suo volto sudato, le battute, i sorrisi le strette di mano dei compagni servono a stemperare ciò che solo pochi attimi prima era stato motivo d'apprensione e ti tensione. Icaro, a cui è intitolata una via, mitico uomo uccello ferito nel suo sogno, non avrà emuli, ma soltanto giovani che esprimono la propria creatività in uno degli istinti motori più naturali dell'uomo, l'antico legame con l'infanzia, il ricordo fondamentale dei nostri giochi di destrezza e di vertigine, quello dei piaceri e delle paure provate nelle sfide di quel tempo, e l'anfratto di Leucaspide, nella sua imponente natura ne diventa palcoscenico inimitabile. Questo stesso luogo che vide braccia forti e vigorose di genti preistoriche, arrancare sulle rocce più alte per procurarsi uova e nidiacei, o semplicemente per arrampicare per gioco. Forse i climbers emulano, senza saperlo, migliaia d'anni dopo, le medesime movenze, le identiche espressioni, dei nostri fieri antichi predecessori. Al mistero, all'esistenza e alla tenacia di quei popoli, sono dedicate le vie.

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