Tratto ed adattato da:

 Uno Sport al bivio

di: Aristodemo Aloi

 

Riflessioni su una sentenza ingiusta.

 

La sentenza in questione è la n. 11753/03 nel Reg. Gen. Trib. Ordinario di Milano, magistrato dott. Elisabetta Canevini, depositata in cancelleria il 02/12/2004, che ha dichiarato colpevoli del reato di esercizio abusivo della professione di guida alpina, due istruttori di Arrampicata Sportiva della FASI, accusati da Ettore Togni, quale Presidente del Collegio delle Guide Alpine della Lombardia, di:

 

“aver organizzato un corso a pagamento, nell’ambito del quale accompagnavano gli allievi su un sentiero impervio, utilizzando tecniche di sicurezza alpinistica”.

 

Il tribunale di Milano nella motivazione della sentenza asserisce che, a suo giudizio, “va preliminarmente chiarito che oggetto della contestazione non è soltanto, come sostenuto dalla difesa (qui per difesa si intende la parte civile, cioè le guide) in sede di conclusione, l’attività di accompagnamento lungo un sentiero impervio, ma più in generale LA REALIZZAZIONE DI UN CORSO DI ARRAMPICATA SPORTIVA, con tutte le implicazioni che da esso derivano”.

 

Analizzando la posizione degli istruttori della FASI il Tribunale asserisce che:.

 

“La questione portata all’attenzione di questo giudicante, ha sostanzialmente ad oggetto la qualifica necessaria per svolgere l’attività di istruttore della disciplina denominata “arrampicata sportiva”

…………..

“Il fuoco del problema va posto nella necessità o meno che l’insegnamento della arrampicata sportiva si svolga soltanto in ambiente artificiale, o se non possa anche svolgersi in ambiente naturale”.

 

Come si può constatare il Tribunale si pone dubbi che vanno addirittura oltre le richieste delle Guide Alpine che volevano i 2 istruttori condannati, “soltanto”, perché avevano “assicurato con una corda” una allieva in un tratto esposto, lungo il tragitto di avvicinamento alla falesia, contravvenendo, a loro avviso, all’art. 2 comma 2 della legge 6/89

 

Art. 2 Comma 2.: Lo svolgimento a titolo professionale delle attività di cui al comma 1……e comunque laddove possa essere necessario l’uso di tecniche e di attrezzature alpinistiche, è riservato alle guide alpine abilitate….

 

Ma il tribunale, come si è visto, affermando che “solo le guide possono”, scavalca tale richiesta mettendo in discussione tutto il sistema, stravolgendo gli attuali equilibri ed annullando, di fatto, una serie di precedenti contatti da parte del CAI e della FASI volti a chiarire amichevolmente i punti di contrasto, ed a creare le basi di una collaborazione sinergica:

 

Ø      2003- Ariano Amici (presidente della Fasi) è invitato da Gabriele Bianchi (allora presidente del CAI) ad un tavolo di discussione a Milano per una apertura preliminare sugli stessi argomenti

 

Ø      2004- Casinò di Arco – 7,8 Febbraio 2004 “Convegno Nazionale Falesie”: Gabriele Bianchi, Ariano Amici, Marco Scolaris (dal 1997 presidente della  Federazione Internazionale (Uiaa - International Council Competition Climbing), Massimo Ceccanti (già procuratore FASI), Aristodemo Aloi (responsabile Commissione Nazionale Falesie) , convengono sulla necessità di un tavolo di lavoro comune.

 

Ø      2004- Serra san Quirico (An) 19-Sett. Convegno “Arrampicata in falesia…” :  Giorgio Maresi (Presidente della C.C.T.A.M. del CAI), Aldo Anzivino (Operatore Nazionale T.A.M.), Aristodemo Aloi, Vito Claps (ingegnere della Commissione Nazionale Falesie), Gaetano Lo Tito (geologo della Commissione Nazionale Falesie) Sandro Angelini (esperto tecnico della Commissione Nazionale Falesie), prendono i primi accordi concreti sul tavolo di lavoro.

 

Ø      2004- 10 Dicembre, Aristodemo Aloi per la FASI, e Giorgio Maresi per il CAI, dopo ripetuti contatti telefonici e per mail, stabiliscono il luogo e la data dell’incontro ufficiale   che viene stabilito per il: 22 gennaio 2005 a Milano, presso la sede del CAI in via Petrella n. 22.

 

Non facilmente, quindi, e dopo alcuni anni di contatti, si era pervenuti a questo importante tavolo di lavoro finalizzato, come vedremo, al raggiungimento di un protocollo d’intesa sugli stessi argomenti, al fine di armonizzare il lavoro e gli impegni, con finalità diverse, di entrambi gli enti. (le Guide Alpine venivano considerate come corpo unico col CAI essendo invitati assenti).

 

Qui di seguito uno stralcio della bozza di verbale di questa prima riunione, CAI-FASI, proposto dal CAI a fine riunione:

 

 

BOZZA DI VERBALE DELLA RIUNIONE DEL GLF

(GLF: Gruppo di lavoro CAI-FASI sulle Falesie)

di sabato 22 gennaio 2005

 

Inviata il 25/01/2005 all’indirizzo mail di tutti i partecipanti, dal designato segretario della riunione, con la richiesta di effettuare le proprie eventuali rettifiche in caso di imprecisioni. Si sarebbe proceduto alla firma in occasione della seconda seduta. La seconda seduta fu stroncata dalla pubblicazione delle motivazioni del giudice alla sentenza. Il verbale non fu più né corretto e né firmato.

 

Presenti:

 

Giorgio Maresi (presidente CCTAM)

Fabrizio Antonioli (Scuola Centrale CAI)

Vittorio Bedogni (Commissione Materiali e Tecniche CAI)

Matteo Rossi (Commissione Nazionale Falesie FASI)

Aldo Anzivino (Operatore nazionale TAM)

Aristodemo Aloi (Responsabile Commissione Nazionale Falesie FASI)

Benjamin Ibry (Operatore CCTAM)

Albino Scarizi (Referente CC CAI)

 

 

Assenti giustificati:

 

Fabrizio Miori (Assessore per lo Sport e l’Ambiente di Arco)

Fabio Favaretto (Operatore esperto TAM)

Responsabile AGAI

 

Il Gruppo di Lavoro Falesie si riunisce presso la sede centrale del CAI in via Petrella 22, a Milano. La riunione ha inizio alle ore 11.30.

 

 

  1. Dichiarazione d’intenti:

 

Ø      Il GLF(Gruppo di lavoro CAI-FASI sulle Falesie) promuove un’interazione tra CAI, FASI e Guide Alpine volta a trovare un tavolo di collaborazione sull’aspetto falesie, con lo scopo di monitorare la realtà presente per migliorare quella futura, attraverso persone, mezzi e fondi disponibili.

 

  1. ………………….

 

  1. ………………

 

  1. Linee guida e impegni futuri:

 

Ø      Istituire dei Gruppi Regionali  Falesie: per ogni regione si decide di montare una struttura dinamica dotata di un rappresentante TAM, uno FASI e uno AGAI. Un referente per ogni GRF si occuperà di contattare le altre associazioni ambientaliste e gli enti presenti sul territorio per sviluppare le varie fasi  di lavoro e dirimere le relative problematiche di impatto ambientale. Entro il 2005 sarà necessario definire i parametri e le linee d’azione da comunicare poi agli organi periferici.

 

Ø      Sviluppare con priorità due settori: uno relativo alla certificazione e al monitoraggio delle vecchie falesie, l’altro alla regolamentazione circa l’apertura di quelle nuove. Il Gruppo di Lavoro intende inoltre occuparsi delle “zone boulder”, attivandosi per la gestione ottimale di queste aree, che stanno avendo in questo particolare periodo uno sviluppo considerevole.

 

Ø      Raccogliere materiali, cartacei ed informatici, riguardanti tutti i lavori precedentemente svolti in questo ambito. Antonioli si offre di procurare documenti riguardanti i lavori da lui attivati sul monitoraggio di tutte le falesie italiane. 

 

Ø      Istituire un web-gis georeferenziato per tutte le falesie e le aree adibite all’arrampicata: Maresi si impegna sulla questione, intendendo decidere le modalità d’azione in merito a criteri sulla valenza ecologica ed ecocompatibile di ogni sito.

 

Ø      Sensibilizzare innanzi tutto i propri soci attraverso una regolamentazione interna, che dovrà estendersi in un secondo tempo a tutti, tramite una proposta di legge, sull’esempio in Francia della COSIROC. Il Gruppo di lavoro concorda quindi sulla necessità di presentare il più presto possibile una legge per limitare l’uso sconsiderato e lo sfruttamento di terreni ancora vergini, comprese le aree boulder.

 

Ø      Rendere obbligatorio per ogni corso d’arrampicata (sia esso CAI, FASI o delle Guide Alpine) un modulo sull’ambiente e sull’ecosistema di una falesia, chiarendo dei criteri guida generali.

 


Un enorme successo

 

Questo primo incontro ufficiale di Milano, fu un enorme successo politico di entrambi gli schieramenti, che, dopo un ventennio di contrasti, ed un passaggio generazionale, finalmente avevano trovato la pacatezza di valutare scientemente e non animosamente la possibilità di collaborazione.

 

Si può dire, senza tema di eccedere, che erano i segnali forti di una nuova era che stava per nascere.

 

L’incontro si era svolto in un clima di massimo rispetto reciproco, ed aveva subito evidenziato larghe convergenze di vedute sui punti che necessitavano di chiarimenti, come i propri settori di pertinenza, il riconoscimento storico dei rispettivi valori e delle rispettive finalità, il riconoscimento dei ruoli dei rispettivi tecnici, la necessità di porre il rispetto dell’ambiente nella più alta considerazione, e furono poste le basi di una collaborazione fattiva per una gestione comune del territorio che già sfociava nel proponimento di partire con un censimento delle aree di arrampicata Italiane, coinvolgendo, in un lavoro comune, tutte le sezioni del CAI e tutti i Circoli della FASI sparsi sul territorio.

 

A pioggia, sul territorio, fioccarono i primi risultati tangibili di tale collaborazione, e già in Sicilia, nel febbraio-marzo del 2005, la delegazione della FASI diretta con competenza dal referente regionale della Commissione Falesie, l’istruttore Federale FASI Ignazio Mannarano, ed il Direttore della Scuola di Alpinismo del CAI di Palermo, l’I.N.A. dott. Fabrizio Antonioli, erano addivenuti, dopo alcune trattative, alla nascita di un organismo comune di controllo e di gestione di tutto il territorio siciliano, ed alla stesura di un documento che, stabilendo alcuni punti fermi, di fatto annullava dissidi che si trascinavano da anni, dava dignità agli istruttori di entrambi gli enti, ed apriva scenari collaborativi solo un anno prima impensabili.

La strada maestra era stata segnata:  gestione politica condivisa del territorio montano, gestione tecnica differenziata e suddivisa in aree di competenza, nel rispetto reciproco dei ruoli, diversificati dalle diverse finalità e campi d’azione, ma chiaramente complementari e di pari valore etico.

 

Tempi maturi

 

Meravigliarsi di tanto non serve, i tempi erano maturi per un ritorno alle origini comuni, perché, come qualsiasi “vecchio” di entrambi gli enti potrebbe facilmente dire, siamo tutti provenienti da uno stesso “ceppo”, i fondatori della FASI  altro non erano che uomini CAI, le guide alpine altro non furono che generate dal CAI.

 

Si legge sullo “Scarpone” di Agosto 2003

 

1997 ALBERTO BIANCHI NUOVO PRESIDENTE DELLE GUIDE ALPINE

 

Cambio della guardia ai vertici del Collegio nazionale delle Guide Alpine italiane e dell’AGAI, sezione speciale del CAI.

 

Si legge sul sito ufficiale del CAI nella home page:

 

Dopo la prima guerra mondiale confluiscono nel Club alpino italiano due importanti sezioni già ricche di storia e di attività: la Società degli Alpinisti Tridentini e la Società Alpina delle Giulie.
La vita ultrasecolare del Club alpino italiano è fatta soprattutto di entusiasmo e di volontariato
. Sono queste le forze trainanti che hanno reso possibile un ampio ventaglio di realizzazioni a favore della montagna e dei suoi frequentatori: rifugi, bivacchi, sentieri, rimboschimenti, opere sociali.
Per facilitare concretamente la pratica dell'alpinismo
il Club alpino italiano crea le guide: ……

 

Scrive Leonardo Bizzarro di Repubblica dei 2 fondatori della FASI, Mellano e Cassarà parlando della fondazione della FASI:

 

“Ha avuto successo l'intuizione di un ex giornalista di Tuttosport, Emanuele Cassarà, e di un alpinista di fama come Andrea Mellano, primo italiano sulla spaventosa parete nord dell'Eiger…..”

 

Del resto, CAI, FASI  e GUIDE solo a stento riuscivano a far fronte alla domanda crescente di apprendimento, con i propri relativi corsi, e i contrasti che capitavano, erano soltanto nella maniera di inquadrare politicamente i reciproci campi di pertinenza, non certo nella loro organizzazione e competenza tecnica

Una regolamentazione stabilita comunemente, un chiarimento degli ambiti di competenza, ed una reciproca collaborazione, anche a livello formativo, con scambi di pillole di cultura specifica tra le varie scuole, non poteva che dare un ulteriore input al settore ed aumentare il livello medio di competenza generale degli istruttori, qualificandoli  multilateralmente.

 

Ora è il CAOS

 

Ma è inutile parlarne, ora, dopo la sentenza di Milano, è veramente il caos.

 

Scrive un istruttore di arrampicata della FASI:

 

In pratica mi sono ritrovato nell'impossibilità oggettiva di continuare ad insegnare in maniera seria e completa uno sport che trova nella falesia un punto di forza per lo sviluppo di determinate capacità oltre che il suo più naturale sbocco.

 Adesso stai certificando falesie "consone ai principi FASI" ma non credo che queste, pur essendo certificate e a norma (similmente a una parete indoor), permetteranno a me istruttore di portare allievi, ma come dirimere la questione?

 Io ho imparato ad arrampicare su roccia e ritengo carente un corso che non affronti questa tappa fondamentale; se oggi sono un atleta appassionato lo devo alla roccia, non certo alla plastica...

 

Da allenatore preparato quale credo tu sia (mi baso sui risultati delle persone che segui) sarai d'accordo con me sull'essenzialità di questo punto senza ulteriori chiarimenti: solo in ambiente si trovano una miriade di "passaggi" che mettono a dura prova la fantasia, stimolano e permettono di progredire.

 Anche le gare si orientano in questa direzione e anch'esse mi hanno dato molto, ma sono poche e a volte troppo lontane (sia geograficamente che economicamente...ma non vorrei mettere troppa carne sul fuoco!), e qui pongo una domanda: come ampliare la "base", il bacino d'utenza che dovrà un giorno rinfoltire le fila dell'agonismo italiano, con questi limiti?

 

La stessa opinione pubblica è invasa e deviata da notizie contrastanti, i giornalisti non possono che riportare la visione distorta della realtà offerta dalle Guide Alpine e accettata in pieno dal giudice, gli istruttori di arrampicata della FASI vengono disegnati come incapaci impreparati ed inadeguati:

 

 Scriveva il  10/01/2005, Il giornalista LUIGI FERRARELLA per il Corriere della Sera di Milano nella categoria: Notizie, commentando la sentenza della CANEVINI:

 

La sentenza del giudice Elisabetta Canevini arriva dunque a mettere ordine nel nugolo di offerte di corsi che sempre più spesso allettano il turista con l'idea di ascensioni emozionanti. E lo fa a partire da una disciplina ben precisa: “l'arrampicata sportiva", che gli appassionati qualificano per l'assenza di mezzi artificiali per la progressione lungo itinerari controllati dalla base su pareti di roccia o artificiali".

 Le guide alpine doc, quelle dell'albo con 1.200 ore di formazione e tirocinio obbligatorio di 2 anni, avevano denunciato l'associazione "Versante Sud" per alcuni corsi di arrampicata sportiva (in parte teorici a Milano e in parte pratici in falesie attrezzate fuori città) per i quali nel 1997 gli allievi pagavano 360 mila lire a istruttori senz'altro appassionati ma formati in non più dì 5/6 giorni. 

Mai realtà fu tanto distorta.

 

Conseguenze disastrose

 

LA SENTENZA DELLA CANEVINI GETTA NEL CAOS PIÙ TOTALE TUTTO IL SETTORE, e lo avvolge in una confusione mai accaduta prima, distruggendo ogni effetto positivo dello storico incontro di Milano.

Il verbale della prima riunione non è stato più firmato, i lavori bloccati, le trattative sono state sospese per decisione del presidente della FASI Ariano Amici, 502 istruttori della FASI hanno smesso di organizzare corsi, i 3470 istruttori volontari del CAI non sanno che pesci prendere, e cosi anche la LEGA MONTAGNA della UISP e quant’altri coinvolti, tutti in attesa dell’appello.

 

La reputazione degli istruttori della FASI distrutta senza possibilità di replica. (La FASI  al dibattito era assente per consiglio legale del suo procuratore Dott. Avv.Di Matteo, che dopo aver consultati i documenti del processo, aveva dato parere contrario all’intervento.)

 

In confusione anche giornalisti esperti, amici della FASI

 
Scrive GENNARI-DANERI nella rivista “PARETI”:
 
Allo stato attuale dei fatti chiunque porti un amico in falesia, anche senza farsi pagare, e si azzardi ad insegnargli come si fa un otto e come si usa un grigri... è potenzialmente denunciabile ed accusabile di esercizio abusivo della professione. ………………
 
Bisogna trasformare questa contingenza bruttissima, che vede arrampicatori contro arrampicatori, questa rottura di un brutto giocattolo, nella migliore occasione per ridiscutere tutto, per creare un giocattolo bello, che funzioni e che soprattutto sia in grado di dare una risposta accessibile, pronta e professionale alla domanda crescente di arrampicata del nostro paese. ………………………..
 
E perché accada bisogna che FASI e Guide Alpine riprovino a mettersi insieme attorno ad un tavolo per creare una figura professionale specializzata sull’arrampicata sportiva su roccia.
Occorre che le Guide Alpine comprendano che è ora di riformare il loro organico, almeno di decuplicarlo, separando le competenze…………………….. 
 

E’ purtroppo un’analisi che sorge da una evidente animosità, che spinge il nostro amico Andrea Gennari ad una eccessiva critica nei confronti di tutto ciò che è FASI, e ad esaltare le guide come una specie umana superiore..

 

Ma, sinceramente, cosa può interessare alla FASI che le guide decuplichino gli organici?

 

Cosa può minimamente interessare agli utenti della FASI, di una nuova figura “professionale” formata sotto l’egida delle guide alpine, che finirà, se mai ci sarà, per commisurare il compenso al grado della via?

 

La strada giusta

 

Non vorrei contraddire le parole di Andrea, che ammiro per quello che fa, e per la grinta con cui difende le sue idee, ma ritengo che la strada giusta sia quella già intrapresa, e se di professionalità si vuol parlare non può certo essere presa ad esempio quella delle guide con i suoi 3-400 euro al giorno per una via di VI°. 

 

Qui il fulcro del problema è un’altro, e per capirlo occorre innanzi tutto recuperare l’orgoglio di essere i tecnici di una Federazione Sportiva, che in 20 anni di duro lavoro, e di fede in un’etica nuova, basata sulla sicurezza, ha rivoluzionato, nell’opinione pubblica, il concetto di montagna.

 

Dato che le Guide Alpine non accettano alcun dialogo, se non di sottomissione, facciano pure quello che vogliono, cosa che faranno certamente e senza chiedere il nostro permesso, visto che hanno il coltello in mano dalla parte del manico (mai metafora fu più calzante!).

 

Di dipendere da loro per la nostra “professionalità”, (come gli accompagnatori di montagna regionali che loro formano), è una cosa deprimente, diventeremmo i loro valletti, perdendo dignità e soprattutto ogni identità.

 

Dice ancora l’amico Andrea:

 

che FASI e Guide Alpine riprovino a mettersi insieme attorno ad un tavolo per creare una figura professionale specializzata sull’arrampicata sportiva su roccia.

 

Ma dopo che le guide “ce l’hanno cantata in tutte le lingue”, dopo che ci hanno fatto chiaramente capire che noi esistiamo soltanto sull’artificiale, e considerando che oggi, nei loro confronti, non abbiamo in mano alcun potere contrattuale, (la sentenza dà loro il massimo potere mai goduto fino ad oggi), dispiace dire che questa strada non è realistica.

 

E poi, cosa possono insegnarci, le guide, sull’arrampicata sportiva, che già non sappiamo?

 

Ma quante sono le guide che “girano” oltre lo sbarramento del 7b indispensabile per accedere ai nostri corsi di istruttore Federale?

Ma quante sono le guide in grado di programmare gli allenamenti di un atleta alto livello?

Ma quante sono le guide in grado di chiodare decentemente una falesia dai gradi alti?

A cosa può interessarci saperne di geologia se, dobbiamo avere, come da uno studio della C.N.F., i nostri geologi e tecnici federali, legalmente accreditati, (non improvvisati geologi o sedicenti esperti ) che omologano le falesie?

A cosa può interessarci di meteorologia se le falesie sono al massimo a mezz’ora dalla macchina?

A cosa può interessarci saperne di sci, sci-alpinismo neve, ghiaccio, valanghe ecc se il nostro settore di competenza è la media e bassa montagna dove per prassi la neve non esiste?

A cosa può servirci imparare a soccorrere a quote di 100, 200, 300 metri di altezza, quando le nostre falesie sono al massimo alte 30-35 metri e la sicurezza è controllata al suolo?

 

Vogliamo parlare di cultura generale, ben venga, ma non mettiamo le guide alpine su un piedistallo a sentenziare di cosa si deve o non si deve sapere per insegnare Arrampicata Sportiva o cosa si deve o non si deve fare per proteggere i propri allievi, o come condurli in sicurezza sotto le falesie, questi sono problemi della Fasi e del CONI!

Non vorrei sembrare un cieco difensore di noi stessi, ma se non difendiamo la nostra federazione, la nostra cultura, la nostra identità, non faremo che disprezzare noi stessi, e quello che siamo. Oggi più che mai dobbiamo restare uniti, e trovare in noi stessi la forza di riemergere. Allora arrivino pure le critiche, ma poste in positivo, e finalizzate al nostro sviluppo, poi, ben vengano gli scambi di cultura con il CAI e con le Guide, come si era già iniziato a Milano, ma senza perdere la nostra identità, ricca di un grande valore etico.

 

Le guide, debbono specializzarsi in Arrampicata sportiva

 

Guarda caso il legislatore ha scritto espressamente che le Guide, tra le tante che poteva scrivere, debbono specializzarsi proprio in Arrampicata Sportiva, ben comprendendone le difficoltà tecniche. Allora c’è da chiedersi, come mai le guide, pur non avendone il livello si specializzano “da sole” e noi che dovremmo, a rigor di logica, “formarle” in Arrampicata Sportiva, chiediamo a loro di formare noi?

Ma dov’è la logica in tutto questo?

 

L’incontro di Bologna

 

Le guide sono venute a Bologna, armate della loro ormai proverbiale capacità dialettica a imporre la loro idea egemonica.

Anche in termini di contrattazione, la sentenza li aveva resi talmente forti, che ci hanno venduto fumo in cambio di tutto e per renderla meno amara, ci hanno incantato con lo specchietto per le allodole di una figura professionale valida per la roccia, in cui loro ci formerebbero…., e intanto ci hanno espulsi dalle nostre falesie.

 

L’incontro di Bologna, chiesto dalle guide, è voluto essere anche una risposta politica all’incontro di Milano, da loro erroneamente sottovalutato.

 

Del resto cosa ci si poteva aspettare dalle guide se lo stesso Togni, l’anno prima, al Convegno di Campodolcino del CAI, quindi in casa propria, si era permesso di accusare di abuso di professione i suoi stessi colleghi volontari del CAI? (Ma di questo parleremo meglio più avanti.)

 

Il grande successo dell’incontro ottenuto dalle guide si è subito tradotto nella ormai tristemente famosa lettera velatamente minatoria, rivolta a tutti gli istruttori della FASI, ad affermare la loro onnipotenza…il cui “succo” era:,

 

PERMETTETEVI DI METTERE IL NASO IN FALESIA E VE LO MOZZIAMO…

 

Evangelizzazione verticale

 

Dice ancora Andrea Gennari:

 

La FASI da parte sua deve mettersi in testa che l’epoca della evangelizzazione verticale è finita: non si possono più spargere sul territorio centinaia di “istruttori” formati in pochi giorni pur di aprire nuove società e creare nuovi tesserati.

Adesso bisogna che chi insegna arrampicata sia adeguatamente formato, sia che operi su roccia che su artificiale che coi bambini.

E’ ora che quel grosso equivoco chiamato “Operatore di sala”, formato in due (!) giorni scompaia quanto prima, perchè chi inizia, a qualunque età, abbia un modello e un insegnamento corretto da seguire, non uno che ravana peggio dell’allievo.

 

L’amico Gennari fa una critica spietata alla FASI, spargendo molto veleno su tutti gli istruttori, ed accogliendo, di fatto, le tesi di Togni sulla nostra incapacità.

Sembrerebbe realmente che non ci sia una sola cosa positiva, per il nostro Andrea, e che la cosa migliore che ci sia da fare sia quella di buttar via questo “giocattolo rotto” e ricominciare nuovamente da zero, magari con le guide come maestri.

Per quanto ammiri Gennari, in questa FASI  non ci resterei un solo minuto.

Ma se tanta incapacità ha permesso la nascita del settore giovanile sorto dal nulla in pochissimi anni grazie al lavoro degli istruttori giovanili, e già da tempo con atleti di vertice mondiale, forse è bene dire, ben venga tanta incapacità…..

E già questo notevole successo dovrebbe bastare a mettere a tacere le critiche o quantomeno dovrebbe far riflettere con un maggiore angolo di visuale. Se alziamo gli occhi a monte del problema posto dal nostro Andrea, e si considerano le situazioni al momento delle decisioni oggetto di tanta critica, forse si potrebbero cogliere sfumature ed esigenze di maggior valore se inquadrate in un’ottica di sviluppo.

 

Certo, nessuno è perfetto, errori se ne possono sempre trovare in chiunque, specie poi quando si fanno scelte coraggiose, ma, in tutta sincerità, questa “evangelizzazione” più che errore di incapacità organizzativa, è stata “scelta” o “strategia” politica ben ponderata!

 

Le esigenze tecniche del nostro accorto Andrea sono ampiamente condivisibili in termini di sviluppo del corpo istruttori, chi non sarebbe d’accordo con lui, ma l’esperienza ci ha insegnato che i suoi timori sono infondati quando invece andiamo a considerare le aree non sviluppate.

Le conclusioni cui siamo giunti con l’esperienza, è che il livello tecnico di una “zona” si “calmierizza” da se, nel senso che con l’innalzarsi del livello tecnico medio cresce di pari passo anche il livello della capacità formativa, e certe iniziali dissonanze tecniche sono un prezzo minimo da pagare all’altare dello sviluppo.

Purtroppo non siamo la FIGC, ed intere zone d’Italia, e milioni di giovani, non sanno nemmeno cosa sia un “otto” o un  “grigri”, tanto per riportare due termini appena usati.

 

Dirò di più, non sono sinceramente d’accordo che  “l’epoca della evangelizzazione verticale è finita” direi invece che ce n’è ancora bisogno in intere regioni del centro-sud ed in molte province di tutta Italia, e credo che ce n'è ancora da lavorare per molti anni, almeno in base ai dati in mio possesso, raccolti come promotore dello sviluppo del centro-Sud fino alla passata legislatura.

Quando su interi pezzi di territorio completamente aridi, finalmente, dopo tanto seminare nasce una prima piantina non proprio perfetta, ma viva, che facciamo, la estirpiamo o la curiamo maggiormente?

 

Il modello formativo europeo

 

Non bisogna lasciarsi coinvolgere emotivamente dalla sentenza, non è con le guide che dobbiamo confrontarci e con le loro 1200 ore di formazione eterogenea, della cui gran parte poco o nulla ci può interessare, ma con il CONI.

Le guide studino pure geologia, (con le riserve che poche ore di lezioni possano essere sufficienti all’apprendimento di una materia così vasta),  Meteorologia e quant’altro, ma la nostra struttura formativa deve essere completamente diversa e la sua consistenza deve essere valutata ed approvata dal CONI.

 

Piuttosto, come ho più volte detto in Consiglio Federale, occorre ripristinare la verifica tecnica richiesta anche dal CONI, con i rispettivi sbarramenti, ed essere più rispettosi del  “PIANO NAZIONALE DI FORMAZIONE DEI QUADRI SPORTIVI” del CONI, che, a sua volta, si rifà al modello europeo.

Per una federazione sportiva, questo deve rappresentare il vero punto di riferimento formativo.

 

Dice il CONI:

 

Il Piano Nazionale di Formazione dei Quadri Sportivi  contiene il modello generale della formazione dei Quadri Sportivi di tutte le Federazioni Sportive Nazionali e delle Discipline Sportive Associate al CONI.

 

Esso offre le soluzioni idonee a potenziare le competenze degli operatori e a garantire gli utenti finali delle attività sportive e le stesse Organizzazioni Sportive, tenendo conto dei numerosi cambiamenti in atto nello sport italiano.

 

Il Piano combina l’obiettivo di costituire un modello unitario di riferimento per tutte le Federazioni Sportive Nazionali (FSN) e le Discipline Sportive Associate (DSA) con la necessaria flessibilità e adattabilità alle diverse discipline, agli ambiti  professionali e all’evoluzione generale del contesto di riferimento.

 

Errore politico

 

Accettare ed avallare le critiche alla consistenza del nostro sistema formativo è un notevole errore politico, per di più infondato, visti i buoni risultati conseguiti.

Di contro la SCUOLA DELLO SPORT del CONI, (con cui ho avuto modo di lavorare per l’organizzazione di 2 corsi per istruttori societari che ho diretto), ha valutato i nostri programmi formativi, esaurienti e nella media nazionale, apportando soltanto piccole variazioni di ore e raccomandato di allargare la parte riguardante la verifica tecnica.

 

Ma, sul ripristino dello sbarramento nei corsi “Societari”, nonostante le nostre insistenze, questa era la posizione dell’allora responsabile della formazione. 

 

Prospettive da sogno

 

Questa sentenza è un’occasione mancata per fare chiarezza. I dubbi, quelli veri, rimangono ancora sul tavolo irrisolti, o risolti in maniera talmente arbitraria da apparire ingiusto.

Dopo questa sentenza, oggi, in montagna è tutto vietato, tranne camminare. Una guida alpina ha innanzi a sé un’ ampia possibilità di colpire con denunce chiunque vada oltre certi limiti minimi.

Le motivazioni della sentenza gettano nel caos il  mondo della montagna,  aprendo, per le guide, prospettive tanto inaspettate quanto per loro meravigliose. Ora “sognare” di avere aree riservate tutte loro, è realistico.

 

Dice il giudice parlando dei 2 istruttori durante l’analisi “soggettiva” del reato:

 

“Ora non può parlarsi di convinzione della legittimità della propria condotta di fronte ad una diffida espressa quale quella sopra descritta, proveniente dall’organo deputato a chiarire l’eventuale diatriba interpretativa sulla questione”. (parla della diffida inviata da Togni agli istruttori FASI)

 

Insomma Ettore Togni nella sua qualità di presidente ecc ecc, è l’organo che, per il giudice, è deputato a chiarire, in Lombardia, le controversie sulla interpretazione della legge 6/89.

Non si comprende perché un istruttore FASI in Lombardia, debba chiedere a Togni e non alla sua Federazione le norme sul proprio comportamento tecnico e didattico.

 

L’imboscata

 

Una sentenza così, è certamente un regalo inaspettato, ma non casuale, perché fortemente perseguito, e poco importa che si basi su errori evidenti.

I maligni potrebbero pensare che tutto possa essere stato orchestrato in nome del profitto, andando contro i principi etici su cui si fondano le proprie origini, e gettando discredito su tutti gli altri operatori del settore, a torto umiliati da subdole supposizioni  e striscianti ragionamenti denigratori.

 

Si è consumata un’imboscata, e le vittime non sono soltanto i 2 istruttori direi quasi inconsapevoli, incastrati perché infilatisi senza accorgersene in una trappola ben tesa da molto tempo, ma vittima è anche il bravo ed impegnato giudice Canevini che, alla luce dei fatti, sembra risultare manipolato tanto sapientemente quanto inconsciamente.

 

Asserisce lo stesso Cappucciati in una “lettera aperta” diffusa in Internet:

 

La mia società sportiva, affiliata FASI, organizzava corsi misti, in falesia e sintetico, tenuti da istruttori societari FASI. Il corso prevedeva un istruttore ogni 4-6 persone di media, 8 lezioni in falesia  4 in palestra e costava 360.000 lire che andavano all’associazione, previo rilascio di ricevuta. L’istruttore percepiva, a fine corso, un rimborso spesa, previo rilascio di giustificativi.

 

A uno di questi corsi, nell’ottobre 1997 , si iscriveva la segretaria di una palestra di Milano, nostra concorrente, sede del più numeroso gruppo di guide alpine milanesi.

 

Durante la seconda o terza uscita, non ricordo bene, l’istruttore portò il corso alla falesia del Vaccarese, una falesia sotto tutti gli aspetti, con un’avvicinamento in piano, di una trentina di minuti, elementare.

L’allieva, che lavorava per le guide alpine, durante il ritorno sul sentiero, manifestò paura, panico e chiese di essere legata. A quel punto scattò delle foto e ci denunciò.

 

Eravamo precedentemente stati contattati dall’avvocato del collegio guide alpine lombarde che ci intimò di sospendere l’attività, altrimenti avrebbe chiesto la sospensione immediata dei corsi e la chiusura con sigilli della nostra associazione. In un incontro, presente il presidente del collegio G.A. Togni, rispondemmo che avremmo continuato la nostra attività visto che nulla facevamo al di fuori di quanto consentito dalla FASI.

 

Ed anche questo, non credo abbia bisogno di commenti.
Gli errori della sentenza

 

Come vedremo ora, inspiegabilmente i ragionamenti a motivazione della sentenza sono clamorosamente smentiti dalla stessa legge cui si richiama il tribunale di Milano, e non bisognano nemmeno di un chissà quale attento esame per dimostrare l’infondatezza delle deduzioni del giudice.

 

C’è da chiedersi: come mai?

 

La sentenza inoltre sembra coinvolgere inevitabilmente anche gli istruttori e gli accompagnatori del CAI, anche se, le guide, si guardano bene dal nominarli o dall’attaccarli frontalmente davanti ad un giudice, come in una specie di copertura da “parentado”, o, forse è meglio dire, come da “senso di colpa” nei confronti di chi li ha generati e voluti, e con cui, già da anni, sugli argomenti in discussione, esiste una diatriba interna, i cui cenni affiorano qua e là nel corso degli avvenimenti di questi ultimi anni:

 

Ø      1998: Alberto Re per le GUIDE e Roberto De Martin per il CAI, siglano un accordo di “PARI DIGNITA’” tra Guide Alpine ed i vari tecnici volontari del CAI. Il Cai decide di versare alcune “provvidenze” al collegio nazionale delle guide alpine.

 

Ø      2002-2003 Il Collegio Nazionale delle Guide Alpine dopo lungo lavoro di analisi della legge 6/89, mette a verbale la delegittimazione dell’accompagnamento volontario, stabilendo di fare pressioni sull’allora presidente del CAI Gabriele Bianchi per il riconoscimento di tale linea.

 

Ø      2003 in seguito a tali pressioni del Collegio Nazionale delle Guide per bocca di Ettore Togni, il presidente del Cai, Gabriele Bianchi decide di rinunciare a formare altri “Accompagnatori” e favorisce la “promozione” ad “Istruttori” di tutti i vecchi Accompagnatori, per far si che in CAI tale qualifica venisse cancellata.

 

Ø      2004 Convegno di Campodolcino: Togni, presidente del “Collegio Regionale Lombardo Delle Guide Alpine”, esprime apertamente la teoria che l’accompagnamento è una caratteristica tipica ed esclusiva delle guide, “tanto è vero che lo stesso CAI ha previsto di rinunciare a formare accompagnatori ma solo istruttori” ed avvisa tutti che da quel momento chi verrà colto ad accompagnare sarà passibile del reato di abuso di professione, ricorrendo all’art. 348 C.P.

 

Ø      21/3/2004 Convegno di Gallarate: L’avv. Torti, presidente del “Convegno Lombardo delle Sezioni del Club Alpino Italiano”, presenta uno studio legale in base al quale si dimostra che le teorie di Togni e delle Guide sono infondate, e chiede la sospensione delle “Provvidenze” quale mezzo per portare attorno ad un tavolo CAI e GUIDE per chiarire le cose. In questa occasione viene affermata la “buona fede” di Gabriele Bianchi nel cadere nell’equivoco interpretativo. (“Lo Scarpone” febbraio 2005) (da notare che CAI e GUIDE hanno la sede nello stesso posto: via Petrella- Mi)

 

Ø      22/11/2004: Il Consiglio Centrale del Cai sospende le provvidenze alle guide alpine e sollecita il dibattito.

 

Da questi avvenimenti emergono alcune considerazioni.

 

1.      ci si chiede come mai le guide, nei vari convegni ed incontri su riportati, nelle stesse delibere del collegio nazionale, non abbiano mai messo in dubbio l’insegnamento dell’arrampicata in natura, come ha fatto, per la prima volta nella storia, il giudice nella sentenza di Milano.

 

2.      ci si chiede come mai lo stesso Togni a Campodolcino, si sofferma a contestare a tutti, anche agli stessi istruttori del CAI, che l’accompagnamento è una cosa di loro pertinenza in via esclusiva e non gli nega l’insegnamento.

 

3.      ci si chiede come mai, l’accusa sostenuta da Togni, contro i 2 istruttori della FASI, (poi autonomamente aggravata dal giudice di Milano), non verteva sull’insegnamento ma sull’accompagnamento.   L’accusa di Togni era:“i due istruttori di Arrampicata Sportiva della FASI avevano organizzato un corso a pagamento, nell’ambito del quale accompagnavano gli allievi su un sentiero impervio, utilizzando tecniche di sicurezza alpinistica”.

 

La verità è che Togni, la legge se l’è letta centinaia di volte alla ricerca di un cavillo con cui attaccare gli altri operatori di montagna, sia CAI che non, ed alla fine, l’unica cosa appena plausibile che ha trovato, (e di questo ne parleremo diffusamente in seguito), è stato quello di perseguire l’idea che le guide fossero le uniche a possedere in via esclusiva “l’accompagnamento”.

Ma lo spirito che aveva mosso nel 1998 Alberto Re, a rappresentanza delle guide, e Roberto de Martin per il CAI, a siglare il famoso accordo, era tutt’altro, basandosi appunto sul riconoscimento della “pari dignità”, sulla “collaborazione” reciproca, sul riconoscimento del ruolo dei tecnici del CAI, che, tra l’altro, provocando un sempre maggiore accesso alla frequentazione della montagna, di fatto incrementavano il numero possibile di clienti per le guide.

 

Sostanzialmente la cosa che fa più rabbia al CAI è il ricorrere alle leggi e non al dialogo, ricorrere alla loro cavillosa interpretazione e non ad un’interpretazione storica ed etica di facile lettura che descriverebbe subito istruttori volontari e guide come organismi sinergici di un unico grande disegno del CAI: la diffusione della cultura della montagna in ogni modo possibile.

Anche la famosa lettera “minatoria” precedentemente nominata, inviata dalle guide, dopo la sentenza, a tutti i circoli di arrampicata d’Italia, non è stata inviata agli istruttori del CAI.

Forse quel senso di colpa di cui si è detto sopra, o forse si sperava semplicemente di non “stuzzicare” un gigante dormiente, temendone le reazioni, e sperando in un silenzio complice che invece non c’è stato.

Il CAI ha, di contro, espresso pubblicamente tutto il suo dissenso sulla sentenza, evidenziandone con oculatezza ogni errore che indirettamente o direttamente coinvolgeva i propri tecnici (vedi le reazioni alla sentenza sull’ultimo “Scarpone” pubblicazione ufficiale del CAI)

 

Ma è poi un semplice errore giudiziario o c’è dell’altro?

 

Beneficio del dubbio.

 

A mitigare questo dubbio va in verità osservato che in casi come questo non sempre basta una semplice lettura delle leggi per cogliere a fondo il problema, ma talvolta, lo studio di un’etica pluricentenaria, la conoscenza storica degli eventi e la loro successione potrebbe facilitarne molto il compito, ma non sempre questo è possibile, per una cultura cui non è facile accedere, per la difficoltà di reperire la documentazione necessaria, e per una certa riservatezza tipica di certe culture di nicchia, la cui deontologia sfiora talvolta l’illegalità, presentando comportamenti che inquadrati nell’ottica del comune viver civile risulterebbero quantomeno anomali.

Nel nostro caso, va pure riconosciuta la già esaltata “abilità” della parte civile (Ettore Togni presidente del Collegio delle guide alpine della Lombardia) nel presentare la propria documentazione (legittimamente), nella forma più favorevole possibile ad avvalorare la propria tesi:

 

Dice Togni:“in ambiente naturale ci sono pericoli che sono incontrollabili e quindi ci vuole una formazione specifica, ci vuole esperienza per valutare anche quali sono i rischi….e la falesia è un ambiente naturale”

 

Riferisce ancora Togni:

 

“quanto alla FASI, per quanto a sua conoscenza, gli istruttori ricevevano una formazione di non più di 5 o 6 giornate, mentre quella di una guida alpina dura 1200 ore in 4 anni, “con 2 gradi di abilitazione ed un tirocinio obbligatorio di 2 anni con limitazioni di difficoltà molto severe”. Cui si uniscono corsi teorici di geologia e di vari altri aspetti naturalistici”

 

Tralascia, Togni, di dire che una guida alpina ha una limitazione di difficoltà di 6b (Scala francese) mentre un Istruttore Federale FASI ha una “limitazione di difficoltà” definita “7b” e che oggi non ci sono guide (se non pochissime) in grado di superare tale sbarramento, semplicemente per accedere ai corsi FASI.

 

Ecco alcuni dati tratti da un sito delle Guide alpine:

 

1. PROVA ATTITUDINALE PER L’AMMISSIONE AI CORSI

(di Guida alpina)

 

1.1 DOMAMDA D'ISCRIZIONE

…...

1.2 REQUISITI MINIMI L'AMMISSIQNE

Ai fini dell’ ammissione alla prova attitudinale il candidato deve presentare una dichiarazione …. dalla quale risulti l’attività alpinistica svolta nonché la difficoltà delle ascensioni ………

1. almeno 30 ascensioni di alpinismo, delle quali minimo 5 su roccia, 5 su neve/ghiaccio e 5 su terreno misto; …..

2. almeno 10 Arrampicate Sportive di grado minimo non inferiore al grado 6+ della scala U.I.A.A., effettuate da capocordata o a comando alternato;

3. almeno 15 gite di sci-alpinismo……………..

Per informazione ecco la scala U.I.A.A. appena richiamata dalle Guide. Cerchiato di rosso il grado richiesto alle guide, cerchiato in verde lo sbarramento per accedere ai corsi di  Istruttori Nazionali della FASI (il nono grado UIAA (IX) corrisponde al 7b della scala francese):

 

V            QUINTO GRADO

V+

VI-

VI           SESTO GRADO

VI+

VII-

VII          SETTIMO GRADO

VII+

VIII-

VIII        OTTAVO GRADO

VIII+

IX-

IX          NONO GADO

IX+

X-

X           DECIMO GRADO

X+

 

Come qualsiasi libro di tecnica di Arrampicata Sportiva potrebbe spiegare, l’arrampicata è uno “schema motorio di base”, che tradotto in termini pratici vuol dire che l’arrampicare è già scritto nella nostra “genetica”. In pratica noi nasciamo che sappiamo già arrampicare, solo le tecniche più complesse vanno “imparate ex novo”.

Questo comporta che a seconda di come siamo più o meno “dotati” geneticamente, appena iniziamo ad arrampicare, già siamo in grado di percorrere vie di arrampicata che non presentino alti gradi di difficoltà.

Chiunque conduce corsi di arrampicata sportiva sa bene che un adulto medio, fisicamente in forma, che abbia sviluppato normalmente, da bambino, le proprie “Capacità Coordinative”, accostato all’arrampicata sportiva già le prime volte si livella naturalmente tra il V+ ed il VI- (UIAA) e ben sa che con un minimo di allenamento è possibile portarlo in poco tempo al VI+ richiesto.

 

1.3 MODALITÀ DI SVOLGIMENTO E DI VALUTAZIONE (della prova pratica per l’ammissione ai corsi di guida alpina)

…..

a) prova di arrampicata sportiva

Consiste nell’effettuazione di 2 salite “a vista” su di un itinerario con difficoltà di grado 6b della scala francese.

b) prova di arrampicata classica

….

c) prova di ghiaccio-misto

….

d) prova di sci-alpinismo

……

Visto che è stata appena richiamata, ecco anche la scala francese. Ancora una volta Cerchiato di rosso il grado richiesto alle guide, cerchiato in verde lo sbarramento per accedere ai corsi di  Istruttori Federali della FASI

 

5a

5b

5c

6a

6b

6c

7a

7b

7c

8a

8b

8c

Tra un grado e l’altro le difficoltà “raddoppiano” nel senso che un atleta che si avventurasse su “itinerari” solo di un grado superiore, avrebbe serie difficoltà a procedere, anche appena di pochi metri.

Per il raggiungimento del grado di 7b richiesto per accedere ai corsi di Istruttori  Nazionali FASI occorre un curriculum enorme di vie affrontate e risolte, ed una preparazione tecnica specifica di arrampicata su roccia (che le guide non possono avere dovendo essere più eclettiche), che esige almeno 5-6 anni di allenamenti quasi giornalieri in roccia, che, se si vogliono quantificare, non sono meno di  5000-5500 ore.

 

Tralascia, Togni, di dire che quelle 1200 ore complessive di preparazione, suddivise nelle varie attività comporta che annualmente il tempo dedicato alla propria specializzazione tecnica in arrampicata su roccia, sia minima, dalle 200 alle 300 ore in 4 anni, cioè una media di 50 ore annue, e questo, tecnicamente parlando, comporta una perdita di capacità tecnica, pretendendo, l’arrampicata, come qualsiasi testo tecnico può facilmente illustrare, una assiduità negli allenamenti minima di 3 sedute a settimana, (circa 600 ore annue).

Tralascia, Togni, di dire che l’arrampicata sportiva si pratica soltanto in “media e bassa montagna” e non necessita di tutte quelle nozioni che invece sono indispensabili a chi si avventura in alta montagna e voglia praticare ad un buon livello tutta quella vasta gamma di attività cosi differenziate tra loro

Anzi, c’è da chiedersi come, in sole 1200 ore in 4 anni, cioè 300 ore all’anno complessive, che divise per le varie attività, diventano circa 50 ore annue, si possa attuare una preparazione di tale ampiezza, (arrampicata sportiva, arrampicata classica, arrampicata libera, escursionismo, ghiaccio ed alta montagna(tecnica, didattica ed ambiente), scialpinismo(tecnica, didattica ed ambiente), spedizioni ad altissima quota, sicurezza ed autosoccorso su (roccia, neve, ghiaccio), speleologia, canyoning, snowboard, freeride, drytooling, chiodatura…meteorologia, nivologia..…..)  se non ad un livello molto mediocre.

 

Ecco perché di fronte ad una preparazione più specialistica, la guida non può che recedere, vedi gli istruttori di sci, ormai già inquadrati da una legge quadro, ma vedi anche la nascita di federazioni specifiche che riguardano l’arrampicata su ghiaccio, il drytooling, il canyoning, lo snowboard, lo sci-alpinismo, l’arrampicata sportiva, l’orienteering, ecc. in ogni caso occorrono anni di preparazione per raggiungere un livello medio accettabile, e diventarne un buon istruttore, in ogni settore, secondo una logica tecnica, è impossibile che lo possa raggiungere una sola persona contemporaneamente in tutte.

Cosa pensare, poi, della richiesta di esserlo in maniera “esclusiva” ?

 

Chiodatura di “vie” di Arrampicata Sportiva

 

Oggi si parla anche di specializzazione delle guide nella chiodatura di itinerari di arrampicata sportiva, ma una vecchia regola tecnica stabilisce che in falesia ognuno chioda bene solo le vie attorno al proprio livello, le vie oltre il proprio livello tecnico, praticamente scompaiono…. non si è in grado di “scoprirle” e quindi di chiodarle…in sintesi le falesie non chiodate da personale tecnico competente sono falesie “sfregiate” il cui recupero talvolta non è più possibile.

 

I lavori su corda

 

Certo non sarebbe questa la sede per parlare dei lavori su corda, che oggi, in Italia, sono eseguiti da Guide alpine ed Arrampicatori sportivi assunti dall’industria. Né la cosa può interessare una Federazione sportiva come la FASI.

E non ne avremmo certamente parlato se lo stesso Tribunale di Milano non vi si fosse espressamente riferito, nominando, tra la documentazione portata da Togni, le “Linee Guida della ISPELS”, in cui si evince che il Ministero del Lavoro si è avvalso della collaborazione di Guide alpine per la stesura di linee guida da proporre per questi tipi di lavori.

 

“Sotto il profilo documentale, venivano acquisiti, in sintesi, i seguenti atti:…………linee guida per l’esecuzione di lavori temporanei in quota,………..”

 

Della utilità di tali documenti, ai fini del dibattito, ne è chiara l’inconsistenza, trattandosi di una regolamentazione dei lavori su corda, ma il motivo della loro presa in considerazione è evidente, lo scopo è mettere in risalto l’alta considerazione che anche le istituzioni hanno della competenza delle Guide alpine, in contrasto con gli sconosciuti e mal formati istruttori di arrampicata Sportiva.

 

Per questo se ne coglie l’occasione di parlarne.

 

Senza nulla togliere alle guide, si vuol ricordare che nei lavori su corda notevoli progressi sono stati fatti grazie alle esperienze dei chiodatori d’arrampicata sportiva, i quali, nel corso dell’evoluzione dell’arrampicata, si sono trovati costretti ad inventarsi metodi di lavori su corda che permettessero la chiodatura di strapiombi e di tetti anche di notevoli dimensioni.

Fino a 15 anni fa l’arrampicata era sostanzialmente sul verticale, la quasi totalità delle vie si snodavano su pareti praticamente a piombo che si chiodavano con una certa facilità, pur esigendo sempre una buona base tecnica.

L’evoluzione delle difficoltà ha portato un poco alla volta alla chiodatura di grotte con grandi “aggetti” ed infine alla chiodatura di pareti praticamente orizzontali, a 20-30 metri dal suolo.

 

Le nuove tecniche sono state subito assorbite dalle imprese che, assumendo personale con esperienze di chiodatura di itinerari di Arrampicata Sportiva, hanno potuto fare un notevole balzo in avanti nel settore della protezione civile, con la posa in opera di opere di protezione in situazioni ritenute fino a quel momento impossibili.

 

La riservatezza della FASI, e il suo disinteresse per questi settori non di pertinenza, ha praticamente occultato alle istituzioni questa fetta di competenza molto specialistica ed “unica”, con il conseguente risultato di rendere i propri tecnici invisibili alle stesse istituzioni, impedendo loro di ricevere il giusto merito per la messa a punto di tante innovative metodiche di lavoro basate come sempre sulla sicurezza.

 

L’impressione è che la sentenza sia di parte

 

Nel leggere la sentenza, risalta abbastanza evidente che il tribunale è rimasto affascinato da questa rappresentazione eroica della guida, salvatore degli incoscienti, unico baluardo contro l’incidente e la morte certa!

E si nota un istintivo, palpabile discredito su ogni azione ed ogni motivazione che riguarda la stessa Federazione Sportiva:

Vedi ad esempio il tono con cui il giudice contesta che lo statuto della Fasi “non offre un diretto riferimento alla nozione di arrampicata sportiva”      

 

O che, in riferimento allo statuto della FASI: “il richiamo ad attività in ambiente naturale si ricava solo in via indiretta dalla indicazione tra i fini istitutivi della individuazione dei criteri di omologazione degli impianti naturali ed artificiali”

Il giudice evidentemente non è stato informato che quando fu scritto lo statuto della Fasi e questa divenne una Federazione Sportiva Associata al CONI, l’arrampicata su pareti artificiali come è praticata oggi, non esisteva assolutamente, se non in una forma ormai in disuso, (erano interi blocchi di roccia cementati e cose similari) , ed ogni attività agonistica si svolgeva tutta in natura.

 

Oppure ancora: “Va peraltro osservato che la nozione di arrampicata sportiva cui la FASI si richiama non è contenuta, nemmeno nel proprio statuto, ma, come si è più sopra evidenziato, è riportata in una pubblicazione dal carattere assolutamente privatistico, cui non può attribuirsi alcuna forza di deroga al principio posto dalla legge nazionale”.

 

Quel “solo”, quel “nemmeno” appaiono come un tono di commiserazione e di condanna, e fa pensare a chissà quale mancanza da parte della FASI, che non è “nemmeno” in grado di autodefinirsi, né di formare con competenza i propri istruttori.

 

Né si ribassa ad analizzare pubblicazioni dal carattere “assolutamente privatistico”

 

Il giudice non considera “nemmeno” l’eventualità di entrare un attimo nel sito web della Federazione per trovare ogni risposta alle sue indagini (come si vede anche noi ricorriamo al “nemmeno” per condannare un comportamento…)