IL POLLICE BAGNATO
Una piccola avventura in Dolomiti Estate 2001, siamo in Dolomiti.
E' un estate bellissima, le giornate trascorrono splendide senza
un accenno di pioggia. E' venerdì 17 agosto, gli scaramantici
rimarrebbero in tenda… ma io e Rox decidiamo di arrampicare sulle
Cinque Dita del Sassolungo. E' prevista una perturbazione nel
pomeriggio, ma irrazionalmente il nostro ottimismo è alle stelle!
E' la nostra seconda via in montagna ed è ancora recente la bella
arrampicata sulla via della Rampa al Piz Ciavazes; inoltre dopo
cinque giorni di tempo stabile, confidiamo che duri un altro po';
infine non vedo l'ora di inaugurare le scarpette "Kaukulator",
che piacciono tanto a Graziano…, prese appena ieri a Ziano di
Fiemme allo spaccio della mitica fabbrica La Sportiva. Rox è entusiasta
di arrampicare oggi, perché dopo un giorno di meritato riposo
è caricatissima: vuole ricominciare a provare nuove emozioni,
vivendo altre avventure. Ce ne saranno per tutti i gusti… ma andiamo
con ordine. Ore sette e trenta: sveglia; tra una cosa e l'altra
arriviamo al passo Sella superate le nove. Qui prendiamo la funivia
che ci porta in poco tempo sopra i duemila metri al rifugio Demetz
che è situato proprio sulla forcella tra il Sassolungo e le Cinque
Dita. In auto abbiamo discusso insieme le varie ipotesi di itinerari
da realizzare. I propositi più ottimistici sono quelli di arrampicare
su tutte cinque le dita… Iniziando con la scalata della cresta
nord del Pollice proseguendo con la traversata dell'Indice per
raggiungere in breve la vetta del Terzo dito; poi una serie di
calate in doppia per scendere al Quarto dito e infine raggiungere
la vetta del Quinto dito: grandiosa traversata. Stimiamo di fare
tutto il giro in 7-8 ore. In caso di mal tempo l'alternativa e
di "accontentarci" della salita al Pollice. Al rifugio c'è molta
gente, non ci fermiamo, è già tardi; ci dirigiamo direttamente
all'attacco, sono le dieci e mezza. Uno spesso nevaio ghiacciato
proprio dietro il rifugio nasconde l'attacco. Due vecchietti sono
lì che fanno sicura ad un terzo molto più giovane di loro che
sta già arrampicando. Saliamo sulle orme degli altri scavate nel
ghiaccio e li raggiungiamo in fretta. E' nostra intenzione superarli
sperando di non trovare altre cordate più avanti. Nel frattempo,
dietro di noi, sopraggiungono altre quattro persone. Siamo in
pieno agosto in una via che è una classica del Gruppo del Sassolungo,
il sole è già alto e il grado della via è modesto (3°/4°), ne
consegue che la via è molto affollata. Nel secondo tiro che è
di secondo grado cerchiamo il tanto desiderato sorpasso procedendo
in conserva. Qualche sassolino inevitabilmente cade sul caschetto
dei due vecchietti che scopriamo essere veneziani. Allora questi
qui borbottano: "Fioi, qui ci si fa mal, Dio can!" Poco dopo,
all'inizio del 3° tiro, in un momento critico dove chi passa per
primo è avvantaggiato per tutta la salita, il capocordata dei
veneziani pretende di passare rivendicando di aver attaccato per
primi la parete!!! L'etica di montagna e della cavalleria darebbe
ragione a lui ma il buon senso dice che una cordata da due è molto
più veloce di una cordata da tre; e mentre si discute due bergamaschi
senza troppi convenevoli tirano su dritto per la loro strada.
A questo punto, vedendo la faccia quasi offesa del veneziano,
acconsento a farli passare sapendo già che la nostra salita sarà
rallentata dalla loro lenta andatura. Ci faranno compagnia altri
due ragazzi di Bergamo amici dei due fuggitivi che non sono riusciti
come noi nel sorpasso. La loro compagnia per fortuna è piacevole.
Nei successivi tiri di cresta l'arrampicata è divertente ed entusiasmante:
il grado non si fa sentire, ma l'esposizione è notevole e la linea
di salita è elegante. Rox mi segue da secondo, non trova molte
difficoltà, si diverte. Ogni tanto bestemmio in silenzio perché
i due vecchietti ci tengono a lungo le soste occupate. Sono decisamente
lenti. Nelle lunghe attese scambio un po' di chiacchiere con il
primo di cordata dei bergamaschi; mi racconta che è appena tornato
da una spedizione in Perù; si vede che con la testa è ancora lì,
circondato dalle vette ghiacciate della catena andina. E' bello
ascoltare racconti di avventure su altre montagne mentre ti trovi
nel bel mezzo di una cresta rocciosa. Le ore trascorrono veloci…
e come sempre succede quando si è in parete non ci si accorge
del cambiamento del tempo. Certo, non è più sereno come stamattina
mentre salivamo gli ultimi tornanti prima di Passo Sella, quando
il mio sguardo spaziava libero nel cielo azzurro della mattina
fino ad incontrare la splendida e lucente regina: la Marmolada.
Ma fino a cinque minuti prima il cielo non era malaccio: qualche
nuvoletta qua e là ma niente di più. E invece la perturbazione
è dietro la porta…; noi, in verità, volevamo ancora crederci di
compiere la nostra traversata alle Cinque Dita. Ma purtroppo procediamo
come dei lumaconi! Sfilacci di nebbia provengono dalla valle e
risalgono veloci la parete. Uhm… brutto segno. Il rifugio sotto
di noi già non si vede più; dopo altri pochi minuti anche l'imponente
Sassolungo che si trova difronte a noi non si vede più. In poco
tempo siamo interamente avvolti dalle nubi. Un velo bianco, omogeneo,
si è steso sulle nostre teste; brividi di freddo scuotono le nostre
schiene protette solo da leggeri indumenti. La mia compagna di
cordata è un po' preoccupata, ma non lo fa notare; dentro di me
so già che arriva il temporale. Ore tredici: nello stesso momento
gli amici Ninni e Dany arrampicano in falesia alla Città dei Sassi,
nei dintorni di Passo Sella, 700 metri più in basso. Tra una salita
e l'altra guardano verso la nostra montagna. Ninni osserva l'evoluzione
del tempo: grosse nubi nere provenienti da occidente sono dietro
il Sassolungo. Sinceramente è preoccupato: "Dany, quelli sono
nei guai, si sta preparando un temporale con i fiocchi! Questi
nuvolosi non mi piaccio per nulla, stanno avvolgendo i monti fino
ad inghiottirli uno per uno". Cercano di fare uno spuntino, ma
l'aria frizzante, i fulmini e l'imminente pioggia li fa correre
alla macchina parcheggiata poco distante. Nell'auto, al riparo
dalla pioggia scrosciante, in mezzo al frastuono dei fulmini,
il loro pensiero è per noi due che siamo in piena parete nel bel
mezzo di un temporale. Dany cerca di guardare qualcosa dal finestrino
appannato; con la mano pulisce il vetro, brutti pensieri gli passano
per la mente: "Lo sapevo che Marco si doveva cacciare in un altro
guaio, ma tutto ciò è normale, quello che mi preoccupa è che lei
lo segue…" Su in parete ancora non piove… certo, aspettiamo l'acqua
da un momento all'altro, ma quello che personalmente mi preoccupa
sono sicuramente i fulmini. Alcuni in lontananza si sono fatti
già sentire: è la cavalleria che anticipa l'esercito. Siamo ormai
all'ultimo tiro, altri pochi metri e lasceremo questa cresta esposta,
luogo preferito dalle saette… La vetta del Pollice è prossima,
ma anche la tempesta è ormai vicina! Ore tredici e trenta: siamo
in cima. Siamo contenti, ci abbracciamo, ma non c'è molto tempo
per complimentarsi: fa freddo, pioviggina, non vediamo l'ora di
scendere da lì. Ci accingiamo quindi rapidamente a preparare le
doppie. L'aria è carica di elettricità, dobbiamo lasciare subito
la cresta.. Dopo la seconda doppia, decidiamo che è meglio difenderci
dal freddo mettendoci le giacche a vento. Poi, come da copione,
inizia la tempesta: i fulmini ci cadono attorno a poca distanza;
il loro boato assordante ci stordisce; le scariche di pietre sono
così forti che sembrano come quei mortaretti che si sparano a
Capodanno. E poi arriva lei: la grandine; prima leggera a piccoli
chicchi quasi piacevole perché non bagna, dopo violenta a chicchi
grossi come acini d'uva che ci colpiscono come tanti proiettili.
In queste occasioni ringrazi di avere il caschetto che ti protegge
la testa. Sono tanti i pensieri che intasano la mente: penso che
ho un pò troppa ferraglia addosso, il martello mi pesa più del
solito, potrebbe essere un invito a nozze per un fulmine indeciso…
Adesso siamo un po' al riparo, in un canalone tra il Pollice e
l'Indice, tutte le cordate battono in ritirata. Siamo come tanti
naufraghi nella tempesta. Il mio pensiero volge verso lei che
è qui accanto a me; cerco di rincuorarla ma so che sta soffrendo
il freddo, è ferma, ora il suo sangue non scorre più così velocemente
come prima quando arrampicava. Mangiamo un po' di frutta secca,
la crisi di freddo passa e la grandine ha smesso di venire giù;
rifletto che il tutto non è durato molto; continuiamo le doppie.
Ci dobbiamo fermare: c'è la fila! Le varie cordate che scendono
dai vari versanti si sono ingolfate: siamo circa una dozzina di
alpinisti che devono scendere da un'unica sosta di calata. Tutti,
uno alla volta, utilizziamo due mezze corde da 50 mt. messe a
disposizione da altri alpinisti. Sono appeso ad un unico friend
mentre riavvolgo la mia corda che non serve più e faccio passare
avanti Rox perché è arrivato il suo turno di discesa. Ritorna
la grandine… mi ero illuso che era tutto finito!!! La raffica
è più violenta della prima, ci tocca scendere nel pieno della
sua furia; inizia prima lei: la vedo sparire con la testa china
in una fitta scarica di migliaia di palline bianche, le corde
della doppia tese finiscono nella nebbia. Comunque la mia compagna
d'avventura non si perde d'animo, sembra avere il morale alto;
quando scendo io la scarica diminuisce la sua intensità, ma la
doppia, con le corde zuppe, non è certo una passeggiata. Ormai
siamo in vista del rifugio. Che dolce visione dopo fulmini, grandine
e nebbia. Ultime due calate nel verticale e siamo con i piedi
sul ghiaione su terreno orizzontale. Ore sedici e trenta: la nostra
avventura è terminata. Siamo al calduccio del Demetz accolti dagli
sguardi preoccupati ma anche curiosi dei turisti anche loro bloccati
lassù dal maltempo. La tensione è calata ed ora si può sorridere
dell'avventura appena trascorsa con gli altri compagni di sventura
accanto ad una tazza di te bollente. Scendiamo con l'ultima corsa
della funivia. Sotto di noi ammiriamo il contrasto tra il verde
dei prati di Passo Sella ed il bianco della grandine che ha ricoperto
il Col Rodella. Non assomiglia molto ad un paesaggio di metà agosto.
Nelle nostre teste il temporale è lontano anni luce: scendiamo
dalla funivia con il sorriso stampato in bocca come al ritorno
di una scampagnata domenicale. Ninni e Dany ci vengono incontro
e ci guardano quasi fossimo dei sopravvissuti ad un catastrofico
alluvione; i loro visi sono molto tirati: avranno passato dei
brutti momenti; forse da quaggiù il temporale è sembrato più brutto
di quello che è stato.
Marco Polito