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All'ombra
di una NorD
Cronaca di un qualsivoglia ascensione invernale
Ore 5.00. il gracchiare metallico della sveglia elettronica
arriva come una doccia fredda ad interrompere sonno, sogli
ed una dimensione fatta tutta di tepore. Un cerchio alla
testa , mancanza di connessione, accompagnano questi brevi
istanti in cui il cervello tenta di riordinare gli archivi
da cui attingere ricordi risalenti la sera prima, eventuali
progetti, appuntamenti da rispettare.
Un'ora assurda, una notte fredda, invernale; spezzare l'incantesimo
è difficile, uscire dal letto caldo richiede uno sforzo
immenso. E' passato un attimo, ma già la mano cerca a tentoni
il tasto per fermare l'orribile suono che entra nella testa
come una lama.
Alzarsi e il più è fatto; qualcuno da qualche parte nella
notte ripete il medesimo rituale. I gesti sono veloci, sperimentati,
essenziali, tutto è già pronto: zaino, attrezzatura, abbigliamento;
il tè bolle, mentre l'acqua sempre troppo fredda dissipa
ogni rimasuglio di sonno, insieme agli ultimi dubbi.
Eccomi pronto, spengo la luce, chiudo la porta alle mie
spalle, tutto è silenzioso.
Il freddo è pungente, il cielo pieno di stelle.
Nell'atmosfera ovattata, l'ansimare del motore dell'auto
che sopraggiunge sembra irritante e estraneo.
Ore 6.15. Entro in macchina e saluto l'amico con
un ciao pieno d'intesa e di aspettative.
L'alpinismo invernale esprime per noi il top della libertà,
con una ricetta fatta di abbondante passione, rischio quanto
basta molto sacrificio, un pizzico di esplorazione e di
ricerca, il tutto a creare sensazioni forti e momenti irripetibili.
L'auto arranca lungo i tornanti ripidi, la strada è viscida.
D'improvviso ad una svolta della strada ...ecco la montagna.
Si distingue il biancheggiare della neve, la bava fine della
miriade di canalini che serpeggiano verso l'alto, cengie
e terrazzini sospesi come fazzoletti e lenzuola di un bucato
irreale. Nel silenzio assoluto, lassù, dove la natura gioca
indisturbata, c'è uno scrigno di preziosi da cercare, da
rapire con lo sguardo.
Ore 8.15. Fa molto freddo. Indossare gli scarponi,
le ghette, stringere le cinghie dei ramponi è già un sacrificio,
che costa subito la perdita della sensibilità alle mani.
Fare i primi passi è una liberazione.
L'alpinismo invernale è cosa fuori dal comune, là dove,
tra turbini di nevischio e vento gelido che schiaffeggia
senza pietà, la mente si abbandona a dolci ricordi fatti
di arrampicate a bassa quota, solari e spensierate e di
lunghe estati mediterranee. Un'ascensione invernale comporta
un grosso impegno complessivo; il volume maggiore di equipaggiamento,
l'orientamento sovente difficile, le condizioni meteo poco
prevedibili ed infine la discesa a volte lunga e complessa.
Una marcia estenuante sulla neve alta e crostosa ci porta
fuori dal bosco, sui pendii sottostanti la parete.
Ora si può studiare meglio la situazione e valutare la validità
o meno del tentativo. L'itinerario è disegnato là, sulla
parete, o meglio, è il nostro occhio che ne traccia la via.
Risalendo canalini, aggirando piccoli salti rocciosi, traversando
esili terrazzini nevosi.
Ore 9.15. il din din metallico del primo chiodo rompe
il silenzio.
I primi raggi caldi del sole colpiscono i pinnacoli rocciosi
e le crestine nevose lassù, molto più in alto, e questo
ci ricorda che siamo all'ombra di una parete nord, Quei
raggi non ci scalderanno e l'uscita è maledettamente lontana.
Il compagno raspa sul primo tiro, roccette gradinate ricoperte
di neve impalpabile. Fa freddo qui, in posizione d'attesa;
la corda scorre pigra e continua, le mani ora sono al caldo,
nei guanti, ma la sensazione di freddo è sempre presente,
come se venisse da dentro. Sposto lo sguardo giù, ad abbracciare
questo quadro senza limiti, il sole colpisce colline strade,
paesi, campi, tutto si riveste di colori caldi e brillanti.
"Vieni". Anche il grido del mio "Primo", privo di eco, suona
irreale, ma basta per distogliermi da tanto tepore. Il solito
chiodo che non viene via, lo zaino sempre ingombrante, ed
eccomi arrancare sui primi metri con la svogliatezza tipica
del secondo di cordata. Comincio a carburare ma arrivo su
ansimando ed il bello deve ancora venire. Tocca a me. Quanto
mi sento goffo, insaccato tra pile e giacca a vento, strizzato
dall'imbraco e tirato dal materiale appeso; ci vuole tanta
pazienza.
Il canale si chiude in una strozzatura rocciosa, poca neve
sul fondo, inconsistente. Mi apro in spaccata e le punte
dei ramponi cominciano a ringhiare sulla roccia. Devo sfilarmi
i guanti e già penso al dolore della prossima "bollita".
Adesso l'emozione scorre a fiumi, si può prenderne a piene
mani, ma è meglio se riesco a piazzare questo chiodo.
Ore 11.30. Metà della parete è sotto di noi, insieme
a parecchi tiri di corda, di cui qualcuno delicato, mai
veramente impegnativo, solo alcuni passaggi, ovviamente
di misto, sono risultati un po' ostici. E intanto recupero
il mio secondo, da questa posizione non lo vedo, coperto
com'è da una costola rocciosa, ma lo sento salire, imprecando
e sbuffando; mi dirà poi, che alcune protezioni sono venute
via tirando con le sole dita. Questo è un altro"quid" in
questo tipo di salite.
Bisogna essere preparati a tutto, ad assicurarsi ad un ramoscello
"d'alta quota", ad assicurare gli attrezzi sulla neve dura
e affrontare pendii erbosi con i ramponi. Fa parte del gioco.
Ore 13.00. Un errore di valutazione ci porta via
del tempo prezioso. Non c'è nulla da fare se non scendere
20 metri in corda doppia, traversare un ripido pendio nevoso
e prendere un canalino che subito scompre all'insù, tra
boccette impastate da neve gelata.
Ore 14.00. La stanchezza si fa sentire. Una sosta
su una cenetta ingombra di neve non ci dà gran sollievo.
Prima di ripartire guardo se; la parete si apre in grossi
anfiteatri, comincia ad appoggiarsi. La parte ripida e rocciosa
è ormai dietro di noi. In questa zona più aperta c'e bella
neve da ramponare; si succedono canalini stupendi, procediamo
spediti senza difficoltà, l'energia sembra essere ritornata.
L'inclinazione che si mantiene sui 45°, ci consente di assaporare
in pieno la bellezza dell'arrampicata.
Ore 15.00. Il sole è più vicino. Proseguiamo in conserva
e ci dirigiamo automaticamente verso un piccolo dorso nevoso
che sale in cima. L'ultimo tiro in sicura per superarlo.
Da sotto, vedo il compagno con gli attrezzi protesi verso
la luce e il corpo penzoloni sull'ombra bluastra della neve.
Ad un tratto scompare ed un grido d'animale mi raggiunge.
Sento che la stanchezza mi assale di colpo. La corda adesso
non scorre più; penso sia passato troppo tempo, che l'amico
si stia trastullando. Ho le ginocchia rigide, non posso
più aspettare, faccio degli anelli di corda e quando sto
per muovermi vedo la corda risalire piano piano. Abbagliato
dal sole per un istante non capisco più nulla. Mentre ci
liberiamo del materiale, ci rendiamo conto che questi raggi
di sole sono gli ultimi. Abbiamo un'ora di luce e non sappiamo
se affrettarci o godere silenziosamente di questa calma
e di questo memento zen.
Ore 16.30. Bisogna sbrigarsi a raggiungere il bosco
prima che cali il buio. Le gambe ritrovano un vigore incredibile
e ci buttiamo nella neve del lungo canalone che in 500 metri
filati ci porterà giù. Qualche capitombolo nella neve e
ancora impigliati nelle imbracature corriamo incontro agli
alberi inseguiti dalla ombre.
CICCIODIP
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