IL MALESSERE
ANNUNCIATO
Il Resta che scende dal treno sembra una figura mitologica metà
talebano e metà vu-cumprà: pantalone largo preso in qualche suo
viaggio motoclistico africano, pelle scura, uno zaino avanti e
uno dietro, pezze varie in braccio, solita andatura traballante.
Se non fosse per lo spuntare qua e là di qualche picozza e del
vecchio casco Camp (con ancora attaccato il tagliandino del prezzo
ormai macero) nessuno lo farebbe pretendente a dei 4000.
Ebbene sì: il progetto prevede Gran Paradiso e Rosa, ma non necessariamente
in quest'ordine; anzi, dovendo incontrare il resto del gruppo
al Vittorio Emanuele giovedì sera, quasi sicuramente accadrà il
contrario. Quì a Bologna ci ospita Elena; da lei ceniamo e dormiamo
e, presto la mattina partiamo in macchina alla volta di Alagna
dove contiamo di essere ad ora di pranzo. Così purtroppo non é
per via di alcuni errori di orientamento che hanno del pazzesco:
"ce ne perdim susall'autostrad figurat addassuse*" mi dice
il Resta. Non so che rispondergli. "Chiaro segno di sventura imminente"
aggiunge. Ad Alagna arriviamo comunque ad un orario decente ed
abbiamo tutto il tempo di preparare gli zaini e fare il biglietto
della cabinovia.
Punta Indren ci accoglie con un cielo completamente sgombro; anche
questo fatto nella logica impossibile del Resta è presagio di
grossa disgrazia. Non indago. In tre quarti d'ora, dopo aver traversato
con attenzione un pendio crepacciato poco sopra le piste e dopo
il piccolo tratto di corde fisse, raggiungiamo il Città di Mantova
(m 3500). Nell'attesa della cena, preperando il materiale per
il giorno dopo, fuori dal rifugio e con uno splendido tramonto
davanti, scambiamo due parole con un alpinista non più giovanissimo
anche lui intento nella regolazione di vecchi ramponi. "Quest'anno
la Dufour non l'ho ancora fatta" ci dice. Lo guardo meravigliato
e solo dopo mi accorgo della patacca da guida alpina cucita sul
pile e capisco. "Da dove venite?" ci chiede mentre continua
a trafficare con chiavi inglesi varie "da Taranto" rispondiamo.
Trasale e guardandoci ci dice: "a Taranto negli anni sessanta
mi è successa una cosa strana". Incuriositi lo incalziamo."Ero
in visita nella città vecchia" ci dice "quando ho incontrato
un tipo che mi sembrava di conoscere; l'ho fermato e gli ho chiesto
il nome e lui mi ha risposto lasciandomi incredulo: Walter Bonatti"
(uno dei più grossi alpinisti di tutti i tempi, italiani e non;
nda). Una guida e un alpinista estremo si incontrano nella città
meno "montanara" d'Italia!!! Sistemiamo il materiale e andiamo
a cena. Alziamo un pò il gomito per chi il giorno dopo all'alba
vuole salire un 4000, ma non ce ne preoccupiamo. Una sana boccata
d'aria fresca al buio tra lo scintillare dei ghiacci ci aiuta
a smaltire. Alle10 a nanna. Il sonno però é un pò troppo agitato
per via dei tanti pensieri che si accavallano nel dormiveglia.
Uno fra tutti prevale prepotente: stiamo salendo senza acclimatarci!
Ciò ci espone alla possibilità di risentire seriamente del cosiddetto
"mal di montagna", sindrome dovuta alla diminuzione della concentrazione
di ossigeno nell'aria di alta quota. Si calcola che a 4000 metri
ci sia circa la metà dell'ossigeno presente al livello del mare.
La permanenza graduale a quote sempre più alte però, permette
all'organismo di abituarsi alla nuova situazione di ossigenazione.
Noi da 0 metri il giorno prima, pretendiamo i 4500 l'indomani.
Gioco forza; il tempo è tiranno! Comunque, nel caso, scendendo
passa tutto. Mi rincuora solo il fatto che qualche anno prima
sul Bianco non avevo avuto il minimo problema. La sveglia è alle
4 e mezza. Mezz'ora di colazione ed altrettanto di vestizione
e siamo pronti all'impresa. Ci avviamo sull'innocuo pendio, parte
del ghiacciaio di Garstelet, che sale affianco allo Gnifetti.
Già da quì sono visibili grossi crepacci nella zona che percorreremo
dopo non molto e ci leghiamo; proseguiamo quindi io avanti e Michele
dietro. Non siamo soli: molte sono le cordate che, a quest'ora,
partono dai vari rifugi. Passando affianco alla Piramide Vincent
penso che potrebbe essere il 4000 ideale su cui portare l'intero
Natura Trekking: facile, vicino ai rifugi, avvicinamento breve,
spettacolare. Magari l'anno prossimo. Mi giro a guardare il Resta.
Sembra tranquillo e a suo agio e dispensa continuamente espressioni
facciali eroiche da "grande impresa" o altre da: "cennammafà
d'stu monticello**". In realtà é davvero in forze e ben allenato.
Io é di me però che mi preoccupo!!! Comincio infatti ad avere,
anche se lieve, una strana sensazione alla testa, quasi dei capogiri.
Non ci penso: lo imputo alla fatica. Siamo costretti a saltare
un paio di crepacci poco visibili perchè per lo più ricoperti,
ma quanti altri non abbiamo visto passandoci sopra ignari?! Oltrepassiamo
il colle Vincent ed il Balmenhorn con il suo Cristo delle Vette.
Per via della sua vicinanza al Corno Nero il Resta riesce a vedere
anche in questa santa statua un segno inequivocabile di disastro
imminente. Ormai non ci faccio più caso. Guardando il mio orologio-altimetro-bussola-caffettiera
mi accorgo che al posto delle 4 cifre della quota ci sono 4 puntini
(siamo già oltre i 4100metri) e mi ricordo che i sensori di quest'oggetto
costoso e superaccessoriato incredibilmente non rilevano altitudini
superiori a 4000 metri. Roba da pazzi! D'ora in poi sono costretto
a chiedere la quota al Resta. Al colle del Lys ci aspetta una
sgradita sorpresa: fin quì tempo perfetto, di colpo nebbia. Bianco
sopra e bianco sotto. Tutto ciò che fino a questo momento é stato
ovvio, semplice e scontato diventa di colpo incerto. La stessa
bussola é solo un piccolo aiuto: non può evitarci pendii pericolosi.
Ci rimangono però le tracce, anche se dopo un pò il dubbio che
non siano quelle giuste ci assale. Se c'é un vantaggio nell'affollamento
delle vie normali dei 4000 é però quello di incontrare facilmente
altre cordate che ti rassicurano sulla direzione. E così accade.
Purtroppo quella che un paio d'ore prima era solo una flebile
sensazione di fastidio incomincia a trasformarsi in un forte mal
di testa accompagnato da un'astenia crescente, ma al Resta non
dico niente. Spero sempre che passi e dò fondo alle ultime forze.
Non manca poi molto! Nel frattempo il paesaggio si è fatto ulteriormente
grandioso: diradatasi un pò la nebbia riusciamo ad intravedere
enormi seracchi sotto la Punta Parrot, infinite distese di ghiacci
e la stessa Margherita fa capolino di tanto in tanto. Ci accorgiamo
inoltre di essere stranamente soli in quest'ultimo tratto prima
della Punta Gnifetti e ciò aumenta il fascino. Il mio disagio
crescente comincia però a diventare poco occultabile ed infatti
il Resta, accortosene mi dice: "Gravà, stè nnazzeche comannu perdune
a sedmane sande. Ma ce ttìne?***". A questo punto gli comunico
che il mal di montagna sta dilagando ed in tutta risposta mi fà
notare che dopo quella moltitudine di presagi negativi era il
minimo che poteva capitare. Lo mando a cagare! Gli ultimi 200
metri di dislivello sono per me assai penosi: ogni tre passi una
sosta. Non c'è più ossigeno. Per fortuna che il Resta è paziente
e mi incoraggia. Il breve ripido pendio terminale che porta alla
Capanna mi risulta interminabile; arrivo stremato; ciononostante
non rinuncio alla foto ricordo trionfalistica. Anche il Resta
assume pose da condottiero vittorioso. Entriamo e mi abbandono
mezz'ora, testa tra le mani, su uno dei tavoli della sala da pranzo.
Rinvengo solo davanti ad una vasca di minestra calda; per fortuna
la fame non manca. La Capanna Margherita, il rifugio più alto
d'Europa (m 4554), arditamente costruita sulla Punta Gnifetti,
a strapiombo sul ghiacciaio delle Vigne, é piacevolmente più piccola,
accogliente e calda di quello che avevo pensato. Sicuramente non
dà quella sensazione di inferno in terra che invece danno molti
altri rifugi d'altissima quota. Anche i ragazzi che la gestiscono
sono gentili. Peccato che stò male. Rimanendo invariate le mie
condizioni, non potrò andare in vetta domani; e non potrà andarci
neanche Michele: come potrebbe da solo? Sorseggiando un the nel
pomeriggio decidiamo che la soluzione giusta è ingaggiare una
guida. Dopo numerose telefonate riusciamo a trovare Rudi che ci
assicura che alle 5 e trenta si farà trovare alla Capanna. Salirà
da solo fin lì. Io, dal canto mio, mi riprometto, stando meglio
l'indomani, di unirmi a loro. In caso contrario li avrei aspettati
per poi scendere insieme. Dopo una bella cena e qualche chiacchiera
con alpinisti avventori sveniamo nelle brande assegnateci. La
sveglia me la dà il Resta alle 5 chiedendomi come stò. "Na
mmerda****" rispondo; "oggi mi fanno male anche le orbite
oculari come se avessi l'influenza. Non vengo." Vado comunque
a fare colazione, tanto ormai sono sveglio, così colgo l'occasione
per conoscere la guida. Rudi in realtà è già arrivato e lo troviamo
a sorseggiare un cappuccino in sala da pranzo.
Ci dice che è partito alle 3 meno un quarto dal Città di Mantova
e ci ha messo quindi 2 ore e mezzo; noi più di 5. Le
guide sono macchine, non uomini!!
Ci preoccupa non poco però vedere che si affretta a farsi dare
dal gestore il libretto del CAI-TCI per leggersi la relazione
della salita. "Vuoi vedere che non c'è mai stato" mi bisbiglia
il Resta all'orecchio. "Cazzi tuoi!" gli rispondo. Lo lascio
impaurito a prepararsi e dò un'occhiata all'alba dalle finestre.
La nebbia si è finalmente ritirata e lo spettacolo che ci è concesso
è allucinante: il Lyskaam con le sue enormi cornici, la Punta
Dufour più lontana di quello che credevo, il Cervino che troneggia
fiero verso ovest, la cresta Signal impressionante per la sua
eleganza, il Gran Paradiso che si affaccia distante, il tutto
accarezzato dalle prime luci del sole. Qui si rischia la sindrome
di Stendhal!!! Quando partono non sono poi così scontento di rimanere
al caldo a guardarli sparire nel vento forte verso Punta Zumstein:
per loro si preannunciano minimo 6 ore di sbattimenti vari. Mi
piace considerare il lato positivo delle situazioni. Dopo aver
assistito alla partenza in elicottero di un'equipe di medici e
ricercatori con relativa attrezzatura dormo il resto della mattina.
6 ore e mezza esatte dopo la loro partenza li vedo rientrare.
Tutto è andato per il meglio ed il Resta è provato, ma non distrutto.
E' stato soprattutto il vento a stancarlo. "La conosceva, cazzo
se la conosceva!!" mi dice. Si rifocillano un'oretta e quindi
riprendiamo insieme la discesa. Io mi sento un pò meglio, ma solo
il ritorno a quote più basse mi riporterà alla normalità. Poco
prima del rifugio Gnifetti, dove l'amico Rudi ci lascia perchè
ha altri clienti, ricomincia la nebbia. Continuiamo seguendo l'autostrada
di tracce e passando affianco al Città di Mantova dove non ci
fermiamo. E' nostra intenzione infatti proseguire fino alla funivia
per discendere a valle la sera stessa. Ma tra il dire e il fare
c'è di mezzo...la nebbia! Come puntualmente succede in questi
casi seguiamo le tracce sbagliate e quando ce ne accorgiamo realizziamo
che è ormai troppo tardi per raggiungere Punta Indren. Pregando
il Resta di non commentare l'accaduto propongo di fare dietro
front verso il Città di Mantova. Accoglie ma non resiste: "speram
ca l'acchiam*****" mi dice con risolino ebete. Risposta:
"fottiti!!!". Al rifugio gran bordello di gente
a differenza di due sere prima. Cena e nanna. La mattina ce la
prendiamo con calma passeggiando lentamente fino alla funivia
nel completo silenzio da mancanza di vento e di gente. Solo il
rumore dei ramponi che scricchiolano sul ghiaccio duro rompe piacevolmente
l'incanto. E' il migliore commiato che potevamo avere da questo
angolo di paradiso. Una volta a valle buttiamo gli zaini in macchina
e ci avviamo verso il Sesia: è ora di darsi una sciacquata! Il
commento sul Resta ignudo nel fiume ve lo risparmio. Imboccando
l'autostrada Michele mi comunica che per "motivi familiari" non
viene con me sul Grampa dove questa sera incontrerò gli altri
amici del gruppo. Ma questa è tutta un'altra storia.
n.b.traduzioni
per i non tarantini:
* se abbiamo problemi di orientamento su una 4 corsie con segnaletiche
ciclopiche, immaginiamoci in quote elevate
** non sarà certo questa collinetta ad impensierirci
*** Gravà=abbreviativo di Gravame (il mio cognome) - stè nnazzeche=stai
procedendo lentissimamente - comannu perdune=ed il tuo procedere
somiglia in modo impressionante a quello di un incappucciato/penitente/pagante/partecipante
alla processione di Pasqua a Taranto (lenta in modo esasperante)
- a sedmane sande=la settimana che precede il Santo giorno - ma
ce ttìne=potresti informarmi circa il tuo stato di salute?
**** non mi sento al meglio delle mie possibilità
*****auguriamoci di riuscire a trovarlo
........MEPHYSTO