
Sono
in uno smagliante periodo di forma, ho da poco liberato
il mio primo 7a+ in quel di Statte e agli inizi di agosto
sul quinto in montagna non ho avuto alcun problema portandomi
dietro da secondi due new entry: l’uomo di Palo
e Picaciù. Ora, mi ritrovo con due veterani dell’alpinismo
pugliese: il Prof. che ormai mi segue o meglio mi sopporta
in parete da 4 anni e Ninik che nonostante sia reduce
da uno sfortunato infortunio ad un braccio vuole riprendere
l’attività alpinistica con rinnovato vigore.
Per lui, grande conoscitore delle montagne nostrane, è
il battesimo sul Gran Sasso e non potete immaginare il
suo entusiasmo. Quindi non ho scuse; è arrivato
il momento di affrontare il sesto grado, i miei compagni
di cordata sono in grado di seguirmi. Ho scelto due vie
classiche del fantastico calcare del Corno Piccolo per
centrare degnamente questo obiettivo: la prima è
la “Gervasutti” (VI-), la seconda è
“Le placche del Totem” (VI). La scelta di
entrambe è motivata: la via “Gervasutti”
(aperta dal famoso alpinista friulano nel ‘34) è
maturata leggendo un libro di narrativa alpinistica che
la celebra come l’itinerario più difficile
del massiccio nei mitici anni trenta. La via “Le
Placche del Totem” invece è un mio vecchio
pallino da quando tre anni fa scalai il Vecchiaccio, storica
e temutissima via di Pierluigi Bini, che sale parallelamente
a questa, anch’essa nata dal genio del forte arrampicatore
romano.
Durante il viaggio di andata propongo il mio programma
ai miei compagni di viaggio che non senza qualche dubbio
acconsentono. E sabato 2 settembre siamo con corde e zaini
in spalla risalendo il sentiero che porta al rif. Franchetti.
L’aria è tersa, il cielo sopra di noi di
un intenso azzurro.
Dopo una breve sosta al rifugio riprendiamo il nostro
cammino verso le Fiamme di Pietra dove si trova la nostra
via. La visibilità è perfetta: guardando
verso valle si distingue nettamente il mare Adriatico.
Siamo sul versante sud del Corno Piccolo, un caldo sole
ci accompagna lungo i tre tiri di questa elegante linea
d’arrampicata. La via si dimostra più facile
del previsto. Il timore riverenziale che incuteva il solo
nome di Gervasutti si scioglie come neve al sole! Contenti
e soddisfatti commentiamo i passaggi d’arrampicata
scendendo a Prati di Tivo.
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Arriva sera, si va a mangiare a Intermesoli, e tra un
arrosticino e l’altro si commenta la giornata appena
trascorsa, di quella scaglia che si muoveva, dei famosi
tre chiodi lasciati da Gervasutti, del passo di sesto
che è stato facilmente risolto. E si fanno progetti
per l’indomani… dopo l’aperitivo della
Gervasutti secondo me si possono affrontare le fatidiche
e temutissime Placche del Totem. Si torna in albergo,
non prendo sonno, scendo nella hall e porto con me il
libro “I conquistatori del Gran Sasso”di Marco
Dell’Omo. Mi concentro sul capitolo dedicato a Bini.
Sfoglio le pagine velocemente immaginandomi in parete
di emulare il mio mito.
Voglio fare una premessa su Bini: da quando mastico alpinismo
ho sentito parlare di lui, delle famose Superga ai suoi
piedi e dell’audacia con cui affrontava le pareti
del Corno Piccolo. Rimanevo affascinato da questi racconti.
Dentro di me si alimentava il mito. Poi ho scalato il
Vecchiaccio che è una sua creatura e ho constatato
di persona la sua bravura tecnica. Infine sono usciti
in libreria alcuni libri che mi hanno fatto conoscere
più profondamente ed intimamente questo fortissimo
scalatore romano. Ed ora lo preferisco agli altri assi
dell’alpinismo per la sua umiltà, per la
semplicità di come vestiva e delle cose che faceva,
per la sua voglia senza confini d’arrampicata, e
perché, come me, è cresciuto in un ambiente
cittadino lontano dalle montagne.
E’ la mattina del 3 settembre. Gli occhi non si
vogliono schiudere. Rimpiango di non essermi coricato
presto, ma le pagine su Bini mi avevano rapito…
Ci pensa Ninik a buttarci giù dal letto. D’altronde
come fai a rimanere in albergo con un’altra spettacolare
giornata, uguale a quella del giorno precedente!!! Abbondante
colazione e via a prendere la seggiovia che ci porta sul
sentiero Ventricini.
E qui è successo il primo miracolo: l’incontro
ravvicinato con il mito delle pagine divorate appena poche
ore fa!
Scorgo in un gruppetto di quattro persone davanti a me
la fisionomia di Bini. Sono assalito da mille dubbi ed
emozioni… sarà lui oppure mi sto sbagliando…
Ne parlo al Prof, anche lui profondo estimatore di Pierluigi.
Anche lui non è sicuro. Allora ingrano la quarta
e mi porto all’inseguimento del gruppetto che veloce
davanti a me prosegue per la nostra identica direzione.
“Sì sì è lui, è uguale
a quella foto della rivista di Alp, guarda come cammina,
è proprio lui con quella andatura, ha delle scarpette
ai piedi e chissà se sta andando ad arrampicare…”
questo mi dicevo dentro di me mentre staccavo il povero
Ninik che faceva fatica a starmi dietro. Ad un certo punto
il gruppetto davanti a me si ferma e saluta Pasquale Iannetti
famosa guida alpina locale.
E’
la conferma che cercavo, sto camminando dietro al grande
Bini.
Mi giro dietro e faccio segni al Prof di raggiungermi.
Anche lui stenta a crederci. Quante coincidenze: non capita
tutti i giorni di incontrare l’apritore della via
che vai a scalare soprattutto se poi l’apritore
si chiama Bini.
<<Sono emozionato>> esordisce il Prof <<neanche
se incontrassi il premio Nobel dell’Economia!!!
>> ed io di rimando <<Vito, ci pensi, oggi
si vede arrampicare Bini dal vivo!!!>>.
Vorrei darmi un pizzicotto per svegliarmi da questo bellissimo
sogno. Ci fermiamo tutti sotto l’imponente parete
nord della Seconda Spalla. Mi faccio coraggio ed io rompo
il ghiaccio: << Guarda che coincidenza… ieri
sera non prendevo sonno e mi sono messo a leggere…
e sai che ho letto? Il capitolo che parla di te del libro
che Dell’Omo ha dedicato al Gran Sasso…>>.
Silenzio. Dentro di me mi dicevo “questo penserà
che sono il solito rompiscatole che lo ha riconosciuto,
proprio oggi che voleva passare inosservato”; e
invece no, mi sorride ed inizia a raccontare le sue straordinarie
avventure vissute 30 anni fa con il suo insostituibile
compagno di cordata Vito Plumari (detto il Vecchiaccio).
Io ed il Prof pendiamo dalla sua bocca… sembra di
conoscerle già le storie che racconta!!!
Scopriamo che oggi arrampicherà sulla parete Ovest
dove anche noi siamo diretti: le coincidenze continuano.
Velocemente superiamo la ferratina e ci dirigiamo verso
la forcella Belvedere dove parte la nostra via. Sono su
di giri. L’incontro con Bini mi ha caricato ed ora
che lo vedo arrampicare slegato sul terzo, mentre mi accingo
a filare le mie corde, mi considero un climber fortunato.
Lui si accinge a salire la via Aquilotti 75 mentre la
mia cordata si prepara a salire Le Placche del Totem non
senza qualche timore di Ninik che guarda preoccupato una
cordata che ci precede e che faticosamente guadagna metro
su metro. Cerco di incoraggiare l’amico anche lui
incantato dalle gesta di Bini. Finalmente si inizia, assaggio
con le mani il compatto calcare della Seconda Spalla e
lei, la roccia, si lascia accarezzare…
Mi trasformo in lucertola e sotto il sole settembrino
velocemente salgo due tiri di corda recuperando Ninik
e il Prof che mi seguono a ruota. L’atmosfera è
goliardica, l’arrampicata sostenuta ma divertente,
l’entusiasmo alle stelle. Alla seconda sosta iniziano
però le prime difficoltà di orientamento.
Ho appena fatto un tiro spittato, variante della via originale
con passi di 6B. Ma ora non riesco a capire dove prosegue
l’itinerario storico. Avevo sentito parlare di una
via spittata chiamata “Cavallo Pazzo” che
incredibilmente passava ed intersecava in più punti
la via di Bini e praticamente ci sono finito sopra. In
quel momento di disorientamento è accaduto il secondo
miracolo della giornata. Mi si è materializzato
sotto di me in piena parete proprio lui Bini, sorridente
che mi saluta, come un folletto della roccia… Naturalmente
è senza casco, slegato senza imbrago come se lo
incontrassi su un qualsiasi sentiero. E’ una occasione
che non mi lascio sfuggire: non esiste persona migliore
al mondo a cui posso chiedere consigli sulla via! <<
Scusa Pierluigi, ma in che direzione devo andare per riprendere
Le Placche del Totem?>> e lui sempre gentilissimo
<<Lo vedi quel masso incastrato lassù sulla
destra?? Lo devi puntare e poi continuare sempre in obliquo
verso sinistra>>. Lo ringrazio e lui scompare in
un anfratto della parete silenziosamente come era venuto…
E pensare che io volevo andare a sinistra!
Voi tutti vi starete chiedendo che ci faceva Pierluigi
Bini in piena parete slegato a dispensare consigli…
Ebbene stava disarrampicando su itinerari facili come
è solito fare ed in quella circostanza la via di
discesa che aveva scelto era la via Marsili-Sivitilli
(terzo!!!) parallela alla via che stavo scalando. Si conferma
il mito che ho conosciuto sui libri. Scorgo negli sguardi
del Prof e di Ninik ammirazione ed incredulità!
Grazie alle indicazioni di Bini ritrovo la via e la porto
a termine con un crescendo di difficoltà che sfiorano
il 6a. La roccia è stupenda, i passaggi sono logici,
la temperatura è mite, la condizione atletica è
ottima, l’entusiasmo non manca. Tutte condizioni
che fanno di me una macchina da guerra che travolge ogni
ostacolo che si incontra… Anche i miei compagni
di cordata si entusiasmano per l’esposizione e l’eleganza
dei passaggi. Sono sotto il passo chiave, il cuore in
tumulto per l’incognita del passo che mi attende,
so che posso mettere poche protezioni perché il
calcare compatto dell’ultima placca non lo permette.
Ci sono due rigoli neri sopra di me come due binari, attacco
quello destro come dice la relazione. Lascio due friend
nelle fessure sotto di me, il passo è un po’
strapiombante ma le prese ci sono, mi isso e sono di nuovo
verticale mentre cerco appigli sempre sul rigolo nero
di destra. La placca è povera di buchi, fessure
manco per sogno, mi rimane solo questo largo solco nero
rugoso! Oramai le protezioni che ho messo sono alcuni
metri sotto di me, devo raggiungere un chiodo che mi sembra
lontanissimo.
Respiro con calma, metto la magnesite ed affronto tranquillamente
la placca dove Pierluigi ha trovato la via d’uscita.
Due buchetti dove metto tre dita, un piede sul chiodo
che ora ho superato; a destra non si passa ed allora vado
a sinistra sull’altro rigolo che mi offre qualche
scaglietta in più… la placca si inclina,
non è più così verticale; passo il
rinvio su un cordino che pende da una clessidra minuscola,
larga meno di un dito. Chiamasi protezione psicologica…
ma in mancanza di altro… ormai sono fuori, le difficoltà
sono terminate. Un ultimo tiro di terzo e ci ritroviamo
tutti e tre ad abbracciarci in cima alla Seconda Spalla
in compagnia di altre cordate che a loro volta hanno scalato
altri itinerari storici. Il mito ci ha accompagnato in
questa stupenda salita.
SuperP
