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Incontro ravvicinato con Bini

Weekend settembrino sul Gran Sasso. Da un po’ di giorni che controllo su Internet i vari siti di meteo e tutti dicono la stessa cosa: tempo stabile, temperature gradevoli e vento di maestrale. Su tutta Italia. Insomma è arrivata l’alta pressione invocata da tutti i vacanzieri nel mese di agosto… e che puntualmente arriva a fine estate. E venerdì 1 settembre entro in fibrillazione: una serie di telefonate per organizzare un cazzuto fine settimana sul Gran Sasso. Picaciù ha la febbre e non può venire, il fido Prof ha problemi di lavoro e Ninik mi deve ancora dare una risposta. Non mi scoraggio e vado avanti anche a costo di partire da solo! Ma finalmente si parte, destinazione Prati di Tivo alle pendici nord del Corno Piccolo; la squadra è composta: io, il Prof e Ninik.


Sono in uno smagliante periodo di forma, ho da poco liberato il mio primo 7a+ in quel di Statte e agli inizi di agosto sul quinto in montagna non ho avuto alcun problema portandomi dietro da secondi due new entry: l’uomo di Palo e Picaciù. Ora, mi ritrovo con due veterani dell’alpinismo pugliese: il Prof. che ormai mi segue o meglio mi sopporta in parete da 4 anni e Ninik che nonostante sia reduce da uno sfortunato infortunio ad un braccio vuole riprendere l’attività alpinistica con rinnovato vigore. Per lui, grande conoscitore delle montagne nostrane, è il battesimo sul Gran Sasso e non potete immaginare il suo entusiasmo. Quindi non ho scuse; è arrivato il momento di affrontare il sesto grado, i miei compagni di cordata sono in grado di seguirmi. Ho scelto due vie classiche del fantastico calcare del Corno Piccolo per centrare degnamente questo obiettivo: la prima è la “Gervasutti” (VI-), la seconda è “Le placche del Totem” (VI). La scelta di entrambe è motivata: la via “Gervasutti” (aperta dal famoso alpinista friulano nel ‘34) è maturata leggendo un libro di narrativa alpinistica che la celebra come l’itinerario più difficile del massiccio nei mitici anni trenta. La via “Le Placche del Totem” invece è un mio vecchio pallino da quando tre anni fa scalai il Vecchiaccio, storica e temutissima via di Pierluigi Bini, che sale parallelamente a questa, anch’essa nata dal genio del forte arrampicatore romano.superP sulla gervasutti
Durante il viaggio di andata propongo il mio programma ai miei compagni di viaggio che non senza qualche dubbio acconsentono. E sabato 2 settembre siamo con corde e zaini in spalla risalendo il sentiero che porta al rif. Franchetti. L’aria è tersa, il cielo sopra di noi di un intenso azzurro.
Dopo una breve sosta al rifugio riprendiamo il nostro cammino verso le Fiamme di Pietra dove si trova la nostra via. La visibilità è perfetta: guardando verso valle si distingue nettamente il mare Adriatico. Siamo sul versante sud del Corno Piccolo, un caldo sole ci accompagna lungo i tre tiri di questa elegante linea d’arrampicata. La via si dimostra più facile del previsto. Il timore riverenziale che incuteva il solo nome di Gervasutti si scioglie come neve al sole! Contenti e soddisfatti commentiamo i passaggi d’arrampicata scendendo a Prati di Tivo.superP sulla gervasutti ................................ superP sulla gervasutti
Arriva sera, si va a mangiare a Intermesoli, e tra un arrosticino e l’altro si commenta la giornata appena trascorsa, di quella scaglia che si muoveva, dei famosi tre chiodi lasciati da Gervasutti, del passo di sesto che è stato facilmente risolto. E si fanno progetti per l’indomani… dopo l’aperitivo della Gervasutti secondo me si possono affrontare le fatidiche e temutissime Placche del Totem. Si torna in albergo, non prendo sonno, scendo nella hall e porto con me il libro “I conquistatori del Gran Sasso”di Marco Dell’Omo. Mi concentro sul capitolo dedicato a Bini. Sfoglio le pagine velocemente immaginandomi in parete di emulare il mio mito.
Voglio fare una premessa su Bini: da quando mastico alpinismo ho sentito parlare di lui, delle famose Superga ai suoi piedi e dell’audacia con cui affrontava le pareti del Corno Piccolo. Rimanevo affascinato da questi racconti. Dentro di me si alimentava il mito. Poi ho scalato il Vecchiaccio che è una sua creatura e ho constatato di persona la sua bravura tecnica. Infine sono usciti in libreria alcuni libri che mi hanno fatto conoscere più profondamente ed intimamente questo fortissimo scalatore romano. Ed ora lo preferisco agli altri assi dell’alpinismo per la sua umiltà, per la semplicità di come vestiva e delle cose che faceva, per la sua voglia senza confini d’arrampicata, e perché, come me, è cresciuto in un ambiente cittadino lontano dalle montagne.

E’ la mattina del 3 settembre. Gli occhi non si vogliono schiudere. Rimpiango di non essermi coricato presto, ma le pagine su Bini mi avevano rapito… Ci pensa Ninik a buttarci giù dal letto. D’altronde come fai a rimanere in albergo con un’altra spettacolare giornata, uguale a quella del giorno precedente!!! Abbondante colazione e via a prendere la seggiovia che ci porta sul sentiero Ventricini.
E qui è successo il primo miracolo: l’incontro ravvicinato con il mito delle pagine divorate appena poche ore fa!
Scorgo in un gruppetto di quattro persone davanti a me la fisionomia di Bini. Sono assalito da mille dubbi ed emozioni… sarà lui oppure mi sto sbagliando… Ne parlo al Prof, anche lui profondo estimatore di Pierluigi. Anche lui non è sicuro. Allora ingrano la quarta e mi porto all’inseguimento del gruppetto che veloce davanti a me prosegue per la nostra identica direzione. “Sì sì è lui, è uguale a quella foto della rivista di Alp, guarda come cammina, è proprio lui con quella andatura, ha delle scarpette ai piedi e chissà se sta andando ad arrampicare…” questo mi dicevo dentro di me mentre staccavo il povero Ninik che faceva fatica a starmi dietro. Ad un certo punto il gruppetto davanti a me si ferma e saluta Pasquale Iannetti famosa guida alpina locale.

E’ la conferma che cercavo, sto camminando dietro al grande Bini.

Mi giro dietro e faccio segni al Prof di raggiungermi. Anche lui stenta a crederci. Quante coincidenze: non capita tutti i giorni di incontrare l’apritore della via che vai a scalare soprattutto se poi l’apritore si chiama Bini.
<<Sono emozionato>> esordisce il Prof <<neanche se incontrassi il premio Nobel dell’Economia!!! >> ed io di rimando <<Vito, ci pensi, oggi si vede arrampicare Bini dal vivo!!!>>.
Vorrei darmi un pizzicotto per svegliarmi da questo bellissimo sogno. Ci fermiamo tutti sotto l’imponente parete nord della Seconda Spalla. Mi faccio coraggio ed io rompo il ghiaccio: << Guarda che coincidenza… ieri sera non prendevo sonno e mi sono messo a leggere… e sai che ho letto? Il capitolo che parla di te del libro che Dell’Omo ha dedicato al Gran Sasso…>>. Silenzio. Dentro di me mi dicevo “questo penserà che sono il solito rompiscatole che lo ha riconosciuto, proprio oggi che voleva passare inosservato”; e invece no, mi sorride ed inizia a raccontare le sue straordinarie avventure vissute 30 anni fa con il suo insostituibile compagno di cordata Vito Plumari (detto il Vecchiaccio). Io ed il Prof pendiamo dalla sua bocca… sembra di conoscerle già le storie che racconta!!!
Scopriamo che oggi arrampicherà sulla parete Ovest dove anche noi siamo diretti: le coincidenze continuano. Velocemente superiamo la ferratina e ci dirigiamo verso la forcella Belvedere dove parte la nostra via. Sono su di giri. L’incontro con Bini mi ha caricato ed ora che lo vedo arrampicare slegato sul terzo, mentre mi accingo a filare le mie corde, mi considero un climber fortunato. Lui si accinge a salire la via Aquilotti 75 mentre la mia cordata si prepara a salire Le Placche del Totem non senza qualche timore di Ninik che guarda preoccupato una cordata che ci precede e che faticosamente guadagna metro su metro. Cerco di incoraggiare l’amico anche lui incantato dalle gesta di Bini. Finalmente si inizia, assaggio con le mani il compatto calcare della Seconda Spalla e lei, la roccia, si lascia accarezzare…
Mi trasformo in lucertola e sotto il sole settembrino velocemente salgo due tiri di corda recuperando Ninik e il Prof che mi seguono a ruota. L’atmosfera è goliardica, l’arrampicata sostenuta ma divertente, l’entusiasmo alle stelle. Alla seconda sosta iniziano però le prime difficoltà di orientamento. Ho appena fatto un tiro spittato, variante della via originale con passi di 6B. Ma ora non riesco a capire dove prosegue l’itinerario storico. Avevo sentito parlare di una via spittata chiamata “Cavallo Pazzo” che incredibilmente passava ed intersecava in più punti la via di Bini e praticamente ci sono finito sopra. In quel momento di disorientamento è accaduto il secondo miracolo della giornata. Mi si è materializzato sotto di me in piena parete proprio lui Bini, sorridente che mi saluta, come un folletto della roccia… Naturalmente è senza casco, slegato senza imbrago come se lo incontrassi su un qualsiasi sentiero. E’ una occasione che non mi lascio sfuggire: non esiste persona migliore al mondo a cui posso chiedere consigli sulla via! << Scusa Pierluigi, ma in che direzione devo andare per riprendere Le Placche del Totem?>> e lui sempre gentilissimo <<Lo vedi quel masso incastrato lassù sulla destra?? Lo devi puntare e poi continuare sempre in obliquo verso sinistra>>. Lo ringrazio e lui scompare in un anfratto della parete silenziosamente come era venuto… E pensare che io volevo andare a sinistra!
Voi tutti vi starete chiedendo che ci faceva Pierluigi Bini in piena parete slegato a dispensare consigli… Ebbene stava disarrampicando su itinerari facili come è solito fare ed in quella circostanza la via di discesa che aveva scelto era la via Marsili-Sivitilli (terzo!!!) parallela alla via che stavo scalando. Si conferma il mito che ho conosciuto sui libri. Scorgo negli sguardi del Prof e di Ninik ammirazione ed incredulità!

bini da Alp
Grazie alle indicazioni di Bini ritrovo la via e la porto a termine con un crescendo di difficoltà che sfiorano il 6a. La roccia è stupenda, i passaggi sono logici, la temperatura è mite, la condizione atletica è ottima, l’entusiasmo non manca. Tutte condizioni che fanno di me una macchina da guerra che travolge ogni ostacolo che si incontra… Anche i miei compagni di cordata si entusiasmano per l’esposizione e l’eleganza dei passaggi. Sono sotto il passo chiave, il cuore in tumulto per l’incognita del passo che mi attende, so che posso mettere poche protezioni perché il calcare compatto dell’ultima placca non lo permette. Ci sono due rigoli neri sopra di me come due binari, attacco quello destro come dice la relazione. Lascio due friend nelle fessure sotto di me, il passo è un po’ strapiombante ma le prese ci sono, mi isso e sono di nuovo verticale mentre cerco appigli sempre sul rigolo nero di destra. La placca è povera di buchi, fessure manco per sogno, mi rimane solo questo largo solco nero rugoso! Oramai le protezioni che ho messo sono alcuni metri sotto di me, devo raggiungere un chiodo che mi sembra lontanissimo.
Respiro con calma, metto la magnesite ed affronto tranquillamente la placca dove Pierluigi ha trovato la via d’uscita. Due buchetti dove metto tre dita, un piede sul chiodo che ora ho superato; a destra non si passa ed allora vado a sinistra sull’altro rigolo che mi offre qualche scaglietta in più… la placca si inclina, non è più così verticale; passo il rinvio su un cordino che pende da una clessidra minuscola, larga meno di un dito. Chiamasi protezione psicologica… ma in mancanza di altro… ormai sono fuori, le difficoltà sono terminate. Un ultimo tiro di terzo e ci ritroviamo tutti e tre ad abbracciarci in cima alla Seconda Spalla in compagnia di altre cordate che a loro volta hanno scalato altri itinerari storici. Il mito ci ha accompagnato in questa stupenda salita.

SuperP
bini intervistato da Alp

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